La fortuna di essere De Rossi

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La fortuna di essere De Rossi© ANSA
Marco Evangelisti

In effetti qualcosa sembra cambiato in questa Roma, una volta superato il cuore del gelo, intravisto un vago riflesso di primavera. Dev’essere il combinato disposto tra mercato frizzante, recupero di qualche competenza calcistica fino a poco fa dispersa nella palude degli infortuni, presa di coscienza necessaria che come prima le cose non potevano andare avanti e bisognava darwinianamente adattarsi o scomparire. E poi, ovvio, valida è scesa dal cielo la mano della statistica, una delle cui leggi stabilisce che quando tutto va male troppo a lungo è il momento di aspettarsi un cambiamento positivo nel corso degli eventi. Si chiama regressione verso la media: a un periodo di risultati parecchio deludenti, di quelli che possono accompagnare all’uscita un allenatore, di solito fa seguito una fase di risalita verso un rendimento in linea con il valore della squadra.

Roma, nove punti in tre partite

Insomma, non crediamo che semplicemente la mano magica di De Rossi sostituendosi a quella di Mourinho abbia trasformato la latta in oro. Mourinho era costretto a recitare incantesimi là dove De Rossi può meglio restare accanto alla logica di gioco e allo sfruttamento elementare delle caratteristiche dei giocatori. Proprio perché all’attuale allenatore non hanno chiesto in partenza miracoli, semmai gli hanno suggerito che sarebbe molto apprezzato il Miracolo della qualificazione alla Champions. Con almeno sei squadre a contendersela, equivale a Daniele gettato nella fossa dei leoni. Nove punti sono nove gocce di sangue e tanta manna, su questo non si discute. Come non si discute sul fatto che De Rossi oltre alla statistica ha trovato grazia presso il calendario, affrontando Verona, Salernitana e Cagliari laddove le ultime tre partite di Mourinho tra campionato e Coppa Italia avevano proposto Atalanta, Lazio e Milan. Poiché nessuna felicità resta impunita, le prossime due saranno con Inter e Feyenoord. Periodo di esami autentici per il quale probabilmente non basterà neppure il livello di preparazione mostrato dalla Roma con il Cagliari.

Roma, la metamorfosi di Pellegrini

Molto sembra aver trovato di colpo la squadra dentro di sé, una volta scrollatasi di dosso l’inverno di un misterioso scontento. Un senso del ritmo che dovrebbe appartenere per definizione ai giocatori, la voglia di mostrarsi divertita del proprio lavoro, il rifiuto dell’abitudine alla sconfitta, la dignità della corsa e di una decente velocità nel ripartire e nella propulsione del pallone. Mettiamo pure Pellegrini al centro simbolico di tale metamorfosi, proprio nella serata in cui non poteva evitare il paragone con un capitano compianto e molto più prestigioso di lui. E con Angeliño adesso esiste persino un esterno apparentemente in grado di pilotare un cross dal decollo alla destinazione prescelta.


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Roma, manca ancora qualcosa

Eppure moltissimo continua a mancare. Per esempio la qualità di base nella prima costruzione, ieri ben mascherata dall’aggressività con la quale i portatori di palla acceleravano alla minima occasione. La strana e persistente impalpabilità di Lukaku davanti alla porta. La difficoltà nell’arrestare gli avversari a centrocampo nel loro impunito avvicinarsi all’area. E la leggerezza niente affatto igienica con la quale i difensori centrali continuano a godersi le imprese di attaccanti di non particolare abilità. Non tutte le belle addormentate della Roma si sono ancora svegliate. Non tutte hanno compreso la pesantezza dei tempi. Intanto però si ricomincia da quattro gol in una giornata sola, tre vittorie consecutive e quinto posto. Dire che il difficile per De Rossi comincia adesso è una banalità che non riusciamo a risparmiarci.


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In effetti qualcosa sembra cambiato in questa Roma, una volta superato il cuore del gelo, intravisto un vago riflesso di primavera. Dev’essere il combinato disposto tra mercato frizzante, recupero di qualche competenza calcistica fino a poco fa dispersa nella palude degli infortuni, presa di coscienza necessaria che come prima le cose non potevano andare avanti e bisognava darwinianamente adattarsi o scomparire. E poi, ovvio, valida è scesa dal cielo la mano della statistica, una delle cui leggi stabilisce che quando tutto va male troppo a lungo è il momento di aspettarsi un cambiamento positivo nel corso degli eventi. Si chiama regressione verso la media: a un periodo di risultati parecchio deludenti, di quelli che possono accompagnare all’uscita un allenatore, di solito fa seguito una fase di risalita verso un rendimento in linea con il valore della squadra.

Roma, nove punti in tre partite

Insomma, non crediamo che semplicemente la mano magica di De Rossi sostituendosi a quella di Mourinho abbia trasformato la latta in oro. Mourinho era costretto a recitare incantesimi là dove De Rossi può meglio restare accanto alla logica di gioco e allo sfruttamento elementare delle caratteristiche dei giocatori. Proprio perché all’attuale allenatore non hanno chiesto in partenza miracoli, semmai gli hanno suggerito che sarebbe molto apprezzato il Miracolo della qualificazione alla Champions. Con almeno sei squadre a contendersela, equivale a Daniele gettato nella fossa dei leoni. Nove punti sono nove gocce di sangue e tanta manna, su questo non si discute. Come non si discute sul fatto che De Rossi oltre alla statistica ha trovato grazia presso il calendario, affrontando Verona, Salernitana e Cagliari laddove le ultime tre partite di Mourinho tra campionato e Coppa Italia avevano proposto Atalanta, Lazio e Milan. Poiché nessuna felicità resta impunita, le prossime due saranno con Inter e Feyenoord. Periodo di esami autentici per il quale probabilmente non basterà neppure il livello di preparazione mostrato dalla Roma con il Cagliari.

Roma, la metamorfosi di Pellegrini

Molto sembra aver trovato di colpo la squadra dentro di sé, una volta scrollatasi di dosso l’inverno di un misterioso scontento. Un senso del ritmo che dovrebbe appartenere per definizione ai giocatori, la voglia di mostrarsi divertita del proprio lavoro, il rifiuto dell’abitudine alla sconfitta, la dignità della corsa e di una decente velocità nel ripartire e nella propulsione del pallone. Mettiamo pure Pellegrini al centro simbolico di tale metamorfosi, proprio nella serata in cui non poteva evitare il paragone con un capitano compianto e molto più prestigioso di lui. E con Angeliño adesso esiste persino un esterno apparentemente in grado di pilotare un cross dal decollo alla destinazione prescelta.


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