© AS Roma via Getty Images Pizarro, il retroscena inedito e il gesto per Spalletti: "Luciano è triste, io e gli altri della Roma andremo..."
INVIATO A LIVERPOOL - A Roma, con affetto smisurato, hanno sempre scherzato su quel piccoletto che in campo dava filo da torcere ai corazzieri. Ma come fa? Se lo chiedevano in tanti. Oggi, a distanza di anni, i tifosi giallorossi hanno raggiunto una certa consapevolezza storica sulla statura di un personaggio unico nel suo genere: David Pizarro, cileno di Valparaíso che la Capitale d’Italia ha adottato come fosse un figlio, viene riconosciuto come uno dei giganti della storia recente della Roma. A Liverpool, nel pomeriggio delle leggende, è stato uno dei personaggi più ricercati per un selfie o un videoricordo. Dopotutto, a Trigoria e dintorni non hanno più rivisto tutto quel talento concentrato in un metro e sessantotto. E ancora si chiedono quando arriverà l’erede del Pek, cervello fino e piedi svelti, ultimo interprete di una scuola di registi che prediligeva la classe al fisico. Chi affrontava Pizarro sapeva che sarebbe arrivato sul pallone probabilmente un tempo dopo di lui. Chi lo pressava, faceva pace con l’idea di girare spesso a vuoto.
Pizarro, era davvero un altro calcio?
«Direi di sì, tanto diverso da questo. Ma quanto era bello».
Ora lei fa parte delle “legends” della Roma. Sabato pomeriggio avete sfidato quelle dell’Everton, scendendo in campo in uno stadio nuovissimo davanti a quasi 50 mila persone. Che effetto le ha fatto indossare di nuovo la maglia giallorossa?
«Emozione allo stato puro. Dal punto di vista fisico è stato faticoso, il tempo passa per tutti e ora ci chiamano leggende. Un modo carino per dire che ci siamo invecchiati. La cosa bella di queste esperienza è che si ritrova lo spogliatoio, quel sentirsi parte di un gruppo che manca sempre quando poi smetti e cominci un’altra vita fuori dal campo».
Ce l’ha un consiglio per questa Roma?
«Sì, ma va oltre il campo: torni di più a contatto con la sua gente, con i tifosi. Lo dico con nostalgia, ma vale per tutti i club: prima c’erano rapporti veri con la piazza, mentre adesso ci si isola un po’. Alle squadre fa sempre bene avere un contatto con la realtà e i tifosi che vivono per i loro beniamini lo meritano».
Pensando al campo, invece, cosa manca per il salto di qualità?
«Beh Gasperini è esigente e mi sembra che abbia fatto capire, anche pubblicamente, dove la rosa vada migliorata».
Ma ora è da Champions?
«Guardi, dal 2001 sono passati 24 anni. Non so se la tifoseria voglia solamente il quarto posto. Io penso che la Roma abbia bisogno di un trofeo importante. Si gioca per vincere, non per arrivare quarti. La mia generazione ci è andata molto vicina, poi la Roma non ha più raggiunto quelle vette. Prima di morire spero di andare a festeggiare almeno uno scudetto al Circo Massimo. Credo molto nel lavoro e negli investimenti che stanno facendo i Friedkin».
Hanno scelto un allenatore molto diverso dai precedenti.
«Gasperini farà un grandissimo lavoro. Chi dà tutto a Roma può avere enormi soddisfazioni, non solo in termini di risultati ma anche di affetto della piazza. E lui è uno che per fortuna non si risparmia mai».
Cosa pensa, da ex calciatore, di quello che sta accadendo con Lookman? Non presentarsi agli allenamenti senza giustificazione è accettabile?
«Sono situazioni complicate, per poterle commentare bisogna conocerle nel profondo, capire cosa hanno detto al ragazzo, quali promesse gli sono state fatte. Lui pensa evidentemente di poter ambire a qualcosa di meglio. Difficile dire qualcosa da fuori, perché tanto poi la colpa è sempre la nostra, di noi calciatori...».
Pek, ma è vero che i registi stanno sparendo dalla circolazione?
«Uh, siamo in via di estinzione».
E in giro c’è un nuovo Pizarro?
«Non saprei. Però l’Italia può crescerne di calciatori con quelle caratteristiche. Bisogna lavorare sodo, andare su tutti i campi di provincia a cercare i talenti, a scovarli. Purtroppo si fa sempre meno e la Nazionale è il simbolo di un movimento che arranca. Spero vada al Mondiale, il terzo di fila senza gli azzurri non posso neppure immaginarlo».
Il suo maestro Spalletti l’ha più risentito dopo l’esonero?
«Sì ed è molto triste. Luciano a livello umano ci ha dato tantissimo e stiamo organizzando una rimpatriata tra vecchi compagni per andare a salutarlo. Anzi, visto che sicuramente leggerà questa intervista glielo annuncio: verremo a trovarti nella tua tenuta Luciano, la tua Roma non ti lascia solo».
