Il preparatore della Roma e i segreti dell'allenamento di Gasperini: "Squadra al top così"

L’uomo che da oltre vent’anni fa correre le squadre di Gasp, Domenico Borelli, ne racconta i segreti: "Decisivi l'intensità e i carichi. Stupito dai progressi di Pellegrini"
Jacopo Aliprandi e Giorgio Marota
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La Roma di Gasperini vola. Primo posto in classifica, gioco brillante e una condizione atletica che impressiona per intensità e continuità. Dietro a questa macchina oliata c’è anche il lavoro di Domenico Borelli, storico preparatore atletico di Gian Piero Gasperini, con il quale condivide un percorso iniziato a Crotone e proseguito fino a Roma, passando per le stagioni d’oro di Bergamo. «Stiamo cercando di fare il massimo, come sempre. Anche perché con il mister non si può fare niente al di sotto del massimo», ci racconta. Il suo metodo di lavoro ha forgiato un gruppo che, a suon di chilometri e pressing alto, sta riscrivendo il proprio modo di stare in campo. «Stare bene fisicamente permette di esprimersi al massimo. Il bel gioco e la preparazione atletica vanno di pari passo». 

Un po’ come lei e Gasperini. 
«Abbiamo cominciato insieme a Crotone, poi ci siamo ritrovati a Bergamo. Gli sarò per sempre grato. Siamo amici: non si può lavorare insieme per 14 anni senza esserlo». 

Dopo tanti anni ha capito qual è il suo più grande pregio? E il peggior difetto? 
«Il pregio è che è una persona onesta: dice sempre quello che pensa. Forse per qualcuno è anche il suo difetto principale. Entrambi chiediamo sempre il massimo ai calciatori». 

Lo state ricevendo da questo gruppo? 
«Assolutamente sì. Gasperini è stato chiamato a Roma per fare Gasperini. Non ci siamo snaturati, abbiamo proposto le nostre idee: i ragazzi hanno accettato la sfida». 

C’è chi parla di scudetto. 
«Noi pensiamo a spingere oltre il massimo per raggiungere il top. Le vittorie aiutano anche mentalmente, senza quelle il lavoro svolto sembra inefficace». 

I calciatori dicono che non hanno mai lavorato così tanto in carriera. 
«Si vede che c’erano dei margini di miglioramento: bisognava soltanto andarli a cercare». 

Era nelle previsioni arrivare a questo punto della stagione con una tale intensità? 
«Abbiamo lavorato per essere al top adesso, nel periodo che va da ottobre fino a febbraio, poi a marzo studieremo la situazione. Essendo il nostro un gioco situazionale, un giocatore può avere maggiore intensità in una partita che in un’altra: dipende da cosa vive in campo e da chi ha di fronte. Ci sono partite da tanti sprint e altre da tante accelerazioni, perché si gioca in spazi stretti. Il nostro lavoro è preparare i giocatori atleticamente anche in base all’avversario». 

Avete svolto un richiamo di preparazione? 
«Nelle pause eseguiamo un lavoro aerobico abbastanza lungo che durante il campionato facciamo solo quando vediamo qualcuno affaticato. Quando invece ci sono le partite ravvicinate, il lavoro cambia». 

In che modo? 
«Lo studio della performance atletica in partita è tutto. Devo capire se un calciatore non ha fatto una determinata corsa perché non ne aveva più o perché non poteva farla. Guardo la partita per poterla associare ai numeri. In Europa ad esempio c’è bisogno di più intensità, e ci aspettiamo numeri diversi». 

E la tecnologia? 
«Abbiamo acquistato alcuni strumenti che migliorano l’analisi delle performance, come ad esempio il 1080 Sprint, che ci permette di fare allenamenti di corsa e resistenza. Poi cerchiamo di individualizzare il carico a seconda del giocatore. La tecnologia è al servizio del calciatore: la partita è il libro sul quale dobbiamo studiare».  

E quello della Roma cosa le suggerisce? 
«Che cambiare ruoli, come spesso facciamo, cambia lo scenario. Prendiamo come esempio Mancini: da difensore faceva un tot di chilometri a partita, ora da braccetto molti di più. La preparazione va adeguata a quel ruolo». 

Chi è cresciuto di più fin qui? 
«Atleticamente tutti. Ma vorrei citare Pellegrini. È partito con un infortunio, si è messo subito a disposizione, si è allenato forte ed è giusto che riceva dei meriti dopo le critiche. Lorenzo ha grandi motivazioni: era solo questione di tempo». 


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