Maldera, tredici anni per la verità: si poteva salvare
Lo chiamavano il terzino goleador, era agile come una gazzella e fluidificante come soltanto i laterali olandesi sapevano essere a quei tempi. Aldo Maldera, il calciatore col baffo da sparviero, segnava raffiche di gol, eccome se lo faceva: 40 con il Milan, altri 8 con la Roma, due scudetti da protagonista e una cinquantina di assist sparsi qua e là nelle varie stagioni di una carriera conclusa a Firenze, giusto per non allontanarsi troppo dalla città che lo aveva adottato, lui che era milanese doc, che continuava a dare del lei a Gianni Rivera pur giocandoci insieme e che ascoltava, insieme ai fratelli Luigi e Attilio (anche loro calciatori), i consigli sull’umiltà del papà fruttivendolo. A Roma Aldo è morto il primo agosto del 2012 per un caso di malasanità. Non se ne era più andato da questa città, dedicandosi alla crescita delle giovani promesse del vivaio.
A un piccolo Totti insegnò ad affinare l’arte del gol. Non la perdere, gli diceva, anche se da grande vuoi fare il fantasista. È il consiglio che gli ha allungato la carriera. Perché difendere sarà pure l’essenza del calcio, ma in questo gioco il bambino che è in ognuno di noi si diverte soprattutto quando corre, attacca e magari ha pure l’occasione di buttare il pallone dentro la porta. E Maldera questo lo sapeva bene.
Aldo Maldera si poteva salvare
Gentile e riservato, non ha mai fatto troppo rumore in vita. Così anche la sua morte all’ospedale San Camillo stava scivolando via nel silenzio. Da ottobre del 2024, però, la sua storia ha finalmente una verità processuale grazie alla tenacia della famiglia. Quarantasei anni dopo l’ultima presenza di Maldera con la Nazionale, (Italia-Svizzera 2-0, il 17 novembre 1979) l’avvocato che ha difeso i diritti della moglie Alessandra e delle figlie Desiree e Matilde ha voluto raccontare per la prima volta questa storia di malasanità. «È rimasta quasi sepolta. Eppure ci sono state due sentenze di condanna che hanno certificato un difetto nell’impostazione della terapia post-chirurgica, una negligenza certificata anche dai consulenti nominati dai giudici che lo ha portato al decesso», ci ha spiegato il legale Francesco Barucco dello studio Angelini-Barucco.
Tutto è cominciato il 24 luglio del 2012, quando Maldera è stato ricoverato presso il reparto di neurologia per un improvviso calo dell’acuità visiva e una papilla da stasi all’occhio destro. Tre giorni dopo è stato operato vista la presenza di un meningioma intracranico, un tumore benigno. L’intervento risultava perfettamente riuscito e il decorso sembrava svolgersi regolarmente, sennonché a un certo punto le sue condizioni si sono aggravate, fino alla morte. L’autopsia ha ricondotto il tutto a una tromboembolia polmonare, dovuta alla omessa profilassi che solitamente si adotta dopo un intervento di quel tipo. In ambito medico è infatti noto che i pazienti con tumore cerebrale abbiano un rischio superiore al 20% di sviluppare episodi tromboembolici ed è altresì dimostrato come una profilassi con eparine ne riduca l’incidenza. Le «gravi imperizie» sono state confermate dal tribunale di Roma il 17 gennaio 2019 e in Appello un anno fa. Nonostante l’azienda San Camillo Forlanini abbia negato ogni addebito, è stata costretta a pagare danni per circa un milione di euro alla famiglia. Ci sono voluti tredici anni per delle risposte, anche se nessun risarcimento restituirà mai un padre a delle figlie o un marito a una moglie.
