Le emozionanti parole di Falcao sulla Roma: "Non so se ho cambiato la storia, ma con me....". Poi parla di Gasperini

Centrocampista fantastico, ma anche uomo spogliatoio capace di regalare qualcosa che a Trigoria non c'era mai stata: l'autostica. Ecco cosa ci ha detto
Chiara Zucchelli
6 min

Il 10 agosto 1980 Paulo Roberto Falcao sbarcò a Fiumicino cambiando - per sempre - la storia della Roma. L’anno prima era stato ultimato il centro sportivo Fulvio Bernardini, per tutti “Trigoria”, diventato la nuova sede della Roma. La vecchia era al Circo Massimo, nel cuore della città. Ed è proprio lì, nel cuore della città, monumento tra i monumenti, che in un'assolata mattina di febbraio, all'interno di un salone della sede della Fao, Paulo Roberto Falcao si concede un viaggio tra passato e presente. È seduto su un divano azzurro, sembra quasi un trono, lui che di Roma è stato principe e re. Divino. Lo è ancora: quanta gente lo ferma per una foto... E lui dice sì a tutti. Beve un po’ d’acqua, scherza con l’amico ed ex rivale Marco Tardelli che lo ha voluto a Roma per un evento che «insegna ai ragazzi come si sta al mondo» e poi si racconta. Ha 72 anni, lo sguardo però è rimasto quello vispo di un ragazzino che si immaginava psicologo e invece divenne uno dei centrocampisti più forti della storia del calcio. Il primo, appunto, a cambiare per sempre la storia della Roma.

Andò davvero così?
«Forse un po’ sì. Di sicuro io feci di tutto per far capire a Roma e alla Roma che se fino a quel momento era stato fatto “5” si poteva fare “7”. Potevamo e dovevamo credere di più in noi stessi e questo andava fatto capire nello spogliatoio, ancora prima che in campo. Si poteva giocare contro la Juve a Torino o contro l’Inter ad un livello alto, senza partire sconfitti in partenza. E infatti piano piano iniziarono a rispettarci, Juve-Roma divenne un derby nazionale. Non so quanto di Paulo Falcao ci fosse in tutto questo, ma probabilmente oggi posso dire che con me si iniziò ad andare in campo a testa alta».

E ora? È ancora così?
«Sicuramente la Roma ha un allenatore con cui può, almeno, lottare per la Champions. Gasperini mi piace, penso possa fare delle belle cose. Lui è bravo, ha fatto bene all’Atalanta, per cui gli va lasciato spazio per lavorare. Roma non è Bergamo, ma ha tutte le capacità. Ripeto: gli sia dato tutto il tempo di cui ha bisogno per lavorare e far crescere la Roma».

Si parla tanto del possibile ritorno di Totti: lei poteva rientrare nella Roma?
«Sì».

Come dirigente?
«Allenatore. Facemmo un contratto biennale nel gennaio del 1991, stavo andando a Cortina a trovare il presidente Viola ma lui morì in una settimana. Peccato, ero e sono un bravo tecnico, quando ero ct del Brasile negli Anni 90 chiamai Cafù e Leonardo che erano dei ragazzini e in 8 mesi impostai la squadra che avrebbe vinto il Mondiale nel 1994. Con la Roma, in ogni caso, non ebbi altre occasioni. Mai».

Il suo amico Ancelotti adesso allena il Brasile.
«Uomo straordinario, allenatore fantastico. La persona giusta per la Seleçao, semplicemente: sono fiducioso che farà un bel Mondiale».

È vero che da giocatore fu lei a suggerirgli il cambio di ruolo?
«Sì, dissi a Liedholm, ma solo perché mi era stato chiesto, di portarlo a centrocampo con me e Ago avanzando Scarnecchia. Fu la mossa giusta».

Anche affidargli il Brasile lo è stata?
«Senza dubbio. Bisogna capire i giocatori che si hanno in mano e in base a questo organizzare la parte tattica. Si sono stupiti in tanti che con lui la nazionale abbia subìto meno gol, Carlo ha risposto subito a tono: “Non dimenticate che sono italiano”. Non capisco perché non abbia mai allenato la vostra Nazionale, da noi lo adorano tutti, già gli vogliono bene e si fidano, fa delle battute come quelle di Liedholm. Poi certo, bisogna fare i risultati».

Italia: che succede al nostro calcio?
«Non penso ci sia un solo problema, ce ne sono tanti, altrimenti le cose sarebbero già state risolte. Sicuramente in passato tutti ambivano alla Serie A, adesso vengono prima l’Inghilterra e la Spagna, è come se ci fosse meno prestigio, non credo sia solo una questione di soldi. Non ci sono grandi talenti e non ci sono grandi investimenti. A proposito…».

Prego.
«Mi dispiace che la Roma non abbia preso Yuri Alberto (attaccante 2001 del Corinthians, ndr) perché è veramente un gran bel giocatore, interessante. Ma ecco, in Italia in questo momento è così. E devo dire che anche in Brasile non è così semplice trovare campioni. Oppure il talento che gioca in strada e diventa un fenomeno. A 15 o 16 anni ci sono giocatori che guadagnano tanto e non lo meritano. Vi assicuro che c’è crisi anche da noi, non ci sono più Pelé e Zico».

I Friedkin però hanno speso oltre 20 milioni per Wesley.
«A Gasperini piace giocare con tre difensori e lui è uno che sulla fascia parte. In Brasile era impiegato più a destra, ora vedo che Gasp lo schiera anche a sinistra. Anarchico? Ha talento e tutti i giocatori di quel tipo un po’ lo sono. Lui è uno bravo».

Falcao, a lei sarebbe piaciuto essere oggi un calciatore?
«Sarebbe stata una meraviglia».

Interviene Tardelli: «Per tanti motivi». Falcao ride di gusto. Ed è di nuovo quel ragazzo che il 10 agosto 1980 illuminò la Roma come mai nessuno aveva fatto. A testa alta, come dice lui.


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