Pellegrini spera nel rinnovo con la Roma: ecco come stanno le cose tra campo e società
«Cadiamo insieme, ci rialziamo insieme». Così parla o posta - dopotutto sono i tempi dei social - un vero capitano. Pellegrini, dopotutto, è un riferimento di questa Roma. Anche se il simbolo della leadership non è più sul suo braccio sinistro. Gasperini è stato chiaro fin dall’inizio: la gerarchia è determinata dalle presenze. E Lorenzo nella classifica dei primatisti insegue Cristante, il vero highlander degli ultimi anni, trovandosi tra l’altro a -1 da El Shaarawy, che lo precede a quota 340 partite in giallorosso. Più dei numeri, però, contano l’impegno, la passione e pure una sincerissima devozione alla causa. «Non si doveva arrivare a questa situazione, ma non ho dubbi sul fatto che i calciatori in scadenza daranno tutto fino alla fine», ha detto l’allenatore nei giorni scorsi, riferendosi appunto a Pellegrini, Dybala, Celik ed ElSha, tutti senza contratto dal 1° luglio. Anche senza fascia, Pellegrini continua a comportarsi da capitano: parla spesso a nome del gruppo, cerca di dare l’esempio pure fuori dal campo, aiuta i giovani a inserirsi ed è un riferimento (anche umano) per un allenatore che, inizialmente, pensava forse di non poter contare su di lui; nel giorno del raduno estivo, infatti, Pellegrini era out a causa dell’intervento al setto nasale eseguito pochi giorni prima. Adesso spera nel rinnovo, anche se un accordo con la società ancora non c’è visto che la nuova filosofia di Trigoria è abbassare il monte ingaggi a partire da quei calciatori che guadagnano cifre fuori portata. Pellegrini, coi suoi 6 milioni netti a stagione, rientra in questa categoria. Anche per questa ragione le voci di mercato, con il Newcastle alla finestra dopo il tentativo estivo del West Ham, stannno crescendo di intensità. I tempi stringono.
Il ruolo di Pellegrini
Questa Roma è nata senza Pellegrini, eppure oggi pare non poter più fare a meno della sua duttilità. Dopo la lesione al bicipite femorale sinistro di fine dicembre, infortunio dal quale ha recuperato con una settimana di anticipo, il numero 7 è sempre sceso in campo. In un solo caso il tecnico lo ha lasciato fuori dall’undici, contro il Milan. In tutte le altre gare è stato schierato dall’inizio, ad Atene persino da prima punta. Non sempre, va detto, ha giocato grandi partite. Contro il Cagliari, ad esempio, ha vagato a lungo in cerca della posizione ideale, arretrando tanto e incappando in una serie di imprecisioni (16 i palloni persi). Nell’ultimo periodo Pellegrini sta faticando più del previsto a incidere in zona gol, per il tecnico però è diventato necessario a garantire gli equilibri tattici. Così al 29enne viene richiesto di dare una mano a centrocampo (dove a settembre sembrava doversi adattare) e in più di trasformarsi nel regista delle trame offensive della trequarti, rifornendo Malen e Soulé. A Napoli, in una partita fisica e tattica contro un allenatore come Conte che lo ha sempre stimato, potrebbe contribuire alla fase difensiva molto più dei funamboli Dybala e Zaragoza, ai quali verrebbe affidato il compito di sfaldare la difesa azzurra nella ripresa. Un piano tattico che, almeno su carta, sembra funzionare.
