Un castigo collettivo
Saccheggiando il manuale dei luoghi comuni, una volta la chiamavano cornice di pubblico delle grandi occasioni. Verona, domenica, sotto un cielo di stelle: la Roma gioca la partita della vita, di questa nuova vita col Gasp, in tribuna il suo popolo colorito e accalorato, effetti speciali e striscioni geniali (quella curva detiene parecchi copyright memorabili), cori de core, Tacci e Daje, sembra più di essere all’Olimpico che al Bentegodi... Sarebbe questo il film, se non fosse che. C’è un mesto se che presenta il conto finale, il più pesante di tutti quelli immaginabili: se non fosse che i romani non possono uscire da Roma, già da un po’, niente esodi, niente treni speciali e niente carovane in autostrada, come una specie di daspo collettivo per bloccare tutti quanti, colpevoli e innocenti, secondo odiosa e inevitabile conseguenza dei castighi estremi.
Roma e il divieto di trasferta: gli errori costano la partita della vita
In un certo modo, è questo il momento di massima consapevolezza per il tifo brutale e manesco. Il divieto di trasferta trasferisce la rabbia su se stessi, là in curva. Se ancora ha voglia di fare un minimo d’autoanalisi, il tifo di prima linea può realizzare concretamente quanto possa incidere la postura cattiva. Il portiere che passa all’avversario e prende gol, il rigore sparato in tangenziale al 96’, il mister che sbaglia i cambi: quante volte si monta la ghigliottina per gli errori in campo. Stavolta tocca ai giudici popolari: errori grossolani in gradinata (e fuori), squalifica, addio Verona e addio partita della vita. Mai come stavolta la mistica del dodicesimo uomo in campo va a farsi benedire. E non è nemmeno il caso di aggiungere quanto a maggior ragione pesi sulla Roma, che il dodicesimo uomo ce l’ha sempre fisso e inamovibile tra i titolarissimi di qualunque formazione. Se possibile, ancora di più pesa su quella del Gasp, il primo dei passionali esagitati, il primo dei tecnici pop, il primo dei populisti in senso buono.
La cornice di pubblico in vista di Verona-Roma
Il Bentegodi avrà comunque il suo dosaggio omeopatico di romani residenti fuori Roma, sicuramente capaci a modo loro di compensare le assenze. Testimonianza diretta: ho degli amici che ne valgono cinque o sei cadauno. Ma resta inteso che non sarà lo stesso clima. Anche se quei vuoti non incideranno sul risultato della partita e della stagione, sarà comunque una domenica meno festiva. Una domenica feriale. È il destino fatale di tutte le fesserie peggiori: alla cinese, sanno aspettare in riva al fiume, senza fretta. Poi presentano il conto nel momento peggiore. Costano care. Stavolta arrivano a negare il piacere più sensuale del vero tifoso: quel piacere che non ha prezzo di dire io c’ero.
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