Chi è Raspadori: perché rifiutò l’Inter per crescere nel Sassuolo

A 10 anni disse no alla squadra del cuore, a 21 anni ha incantato San Siro e Mancini: storia di un calciatore atipico
Chi è Raspadori: perché rifiutò l’Inter per crescere nel Sassuolo© ANSA
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Massimiliano Gallo
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ROMA - Quando segni una doppietta al Milan, a San Siro, non può mai essere un caso. Vanno in scena i sette minuti che cambiano la vita di Giacomo Raspadori e convincono Roberto Mancini che uno così bisogna portarselo agli Europei. È il 21 aprile del 2021. Il Sassuolo sta perdendo 1-0. Al 64’, De Zerbi toglie Defrel e butta dentro Raspa, 21 anni da poco compiuti. Dodici minuti dopo, segna il primo gol, in area di rapina, alla Paolo Rossi: al volo, di sinistro. Il secondo è uno dei quei gol che non c'entrano nulla con la casualità. Riceve palla da destra da Berardi, rasoterra. Lui è in area, controlla a seguire come se fosse un compasso, tocco breve in avanti, alla Gerd Muller nella finale del ‘74, si beve Tomori in tre metri e destro secco a incrociare sul secondo palo. In porta c'è un certo Donnarumma. Quella sera lì, Mancini - bolognese d'adozione - cerchia il suo cognome sul bloc notes. E quando lo vede andare in porta con la Juventus, di sinistro sul primo palo, dopo aver chiesto di tacco triangolo a Locatelli, non ha più dubbi: questo viene con noi. E infatti Giacomo sarà campione d'Europa. Giocherà poco, un quarto d'ora contro il Galles, ma la sua convocazione ha il profumo dei predestinati. Del resto se su 20 gol in Serie A 3 ne hai segnati a San Siro, contribuendo a battere Milan e Inter con una squadra che si chiama Sassuolo, qualcosa vorrà dire. A 22 anni ha 13 presenze in Nazionale e 3 gol segnati. L'esordio con la maglia dell'Italia nella sua Bologna, il primo gol nel suo Mapei Stadium: alla Lituania. I bolognesi ci tengono a far sapere che prima di Raspa l'ultimo a segnare con la maglia della Nazionale era stato un certo Christian Vieri ma nel lontano 2005. Jack aveva cinque anni. Raspadori è un atipico. In campo e fuori. È finito al Sassuolo perché il club voleva il fratello maggiore, Enrico: giocavano insieme nel Progresso, squadra di Castel Maggiore, il paese di Alex Zanardi, alle porte di Bologna. Nel Progresso giocò il papà Michele e la madre Roberta organizza i campi estivi. Il Sassuolo li prese entrambi. Ad accompagnarli ogni giorno ci pensava il nonno. Enrico ha giocato in Serie D e in Eccellenza.

Raspadori, la storia

Con la maglia del Sassuolo, invece, Jack ha fatto tutta la trafila delle giovanili, categoria per categoria, fino alla prima squadra. A dieci anni sarebbe potuto andare all'Inter, alla sua Inter. Ma disse no. Non avrebbe avuto lo stesso spazio che il Sassuolo gli garantiva per crescere e migliorare. Servono basi solide per affrontare il futuro e il mondo dei grandi. E Raspadori si è strutturato. Anche fuori dal calcio, prendendo il diploma. Su questo la famiglia è stata intransigente: non esiste solo il pallone. In campo ha avuto come allenatore Francesco Turrini, ala del mitico Piacenza di Cagni e in verità anche del Napoli fine anni Novanta. Un maestro del dribbling, Turrini, ala vecchio stile. E il giovane Giacomo è una spugna, assorbe tutto. Senza mai montarsi la testa. È talmente equilibrato che a 21 anni De Zerbi lascia che indossi la fascia di capitano. Qualcuno storse il naso. Era il 3 aprile 2021, lui pensò bene di celebrare l'evento col un classico del repertorio: controllo e tiro nell'area piccola, ovviamente gol. È più un nove che un dieci. Ma sa fare entrambe le cose. Gol in area piccola come assist al bacio in verticale, accelerazioni che fanno male, alla Pantani. L'altezza è la stessa: un metro e 72. Sa giocare in ogni posizione d'attacco. Lo hanno accostato a Di Natale, a Gerd Muller, ad Aguero. Ovviamente in prospettiva. C'è un particolare che rende l'idea dell'ostinazione di Raspadori e della sua volontà di migliorarsi: è difficile capire se sia destro o sinistro. In realtà è un mancino naturale che però da piccolo si è allenato talmente tanto col fratello a calciare di destro, che oggi non si vede la differenza. E, come ricordò Rafa Benitez, mentre è consueto trovare un destro che giochi bene col sinistro, è molto più improbabile il contrario. Non ha tatuaggi: dettaglio, questo, che certamente ha avuto presa su Aurelio De Laurentiis che una volta, alla sua maniera, ne stigmatizzò l'uso eccessivo da parte dei giocatori: "Lo dico sempre ai calciatori, fatte un altro tatuaggio sul pisello se hai spazio".

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