© EPA Vozinha e il bacio del destino
Farà il dentista, tra qualche tempo, ma per il momento si diverte ancora in porta. C’è un’età in cui il calcio ti accompagna gentilmente verso l’uscita. E poi c'è Josimar José Évora Dias. Per tutti è Vozinha, “la Nonnina”. Un soprannome nato da bambino, quando a crescerlo furono i due nonni. Oggi ha quarant’anni, le ginocchia segnate da una vita tra i pali e una storia che il pallone, ogni tanto, decide di regalare. Mentre molti suoi coetanei hanno scelto da tempo il divano, lui è al Mondiale con Capo Verde. E lo è da svincolato: il contratto con il Chaves è scaduto proprio durante il torneo. Ma le offerte non gli mancano. In Brasile lo cercano il Corinthians e il Ceará.
La mamma in tribuna
Contro la Spagna è stato un muro di gomma. Otto interventi, uno dopo l’altro, fino a difendere uno 0-0 che sembrava impossibile. Pochi giorni dopo ha ripetuto il copione contro l’Arabia Saudita. Un altro pareggio senza reti, un altro pezzo di qualificazione costruito con le mani. Prima di lui, a quarant’anni, soltanto Dino Zoff e Peter Shilton erano riusciti a essere protagonisti in un mondiale. I paragoni finiscono lì, perché Vozinha appartiene a un’altra categoria: quella delle storie che sembrano arrivate dalla luna. Fino a poche settimane fa difendeva la porta del Chaves, lontano dai riflettori. Poi sono bastate tre partite perché il suo volto facesse il giro del mondo. Milioni di persone hanno scoperto questo portiere. Sua mamma Ana l’ha sempre seguito in tribuna.
Il terzino brasiliano
Anche il suo nome racconta un piccolo scherzo del destino. All’anagrafe è diventato Josimar, come il terzino brasiliano che incantò ai Mondiali del 1986. I genitori avrebbero voluto chiamarlo Jorge, in onore di Valdano, ma un impiegato sbagliò a compilare i documenti. Da allora convive con un’identità nata per errore. Quando il mondiale finirà, dovrà trovare una nuova squadra. Dice che gli piacerebbe trasferirsi in Brasile, quasi per chiudere il cerchio di quel nome ricevuto per caso. Nel frattempo resta lì, sulla linea di porta. A ricordare che il calcio, ogni tanto, si concede il lusso di rallentare il tempo. E che i sogni, se hanno abbastanza pazienza, sanno aspettare anche quarant’anni. Ha girato il mondo: Angola, Moldova, Cipro, Slovacchia e Portogallo. Ora lo chiamano il Corinthians e il Ceará. Il futuro, però, è già scritto. Quando avrà smesso di parare, farà il dentista.
