© ANSA Finalmente "La grazia" di Sorrentino
"La grazia" sarà finalmente in sala dal 15 gennaio. Il nuovo film del regista premio Oscar, Paolo Sorrentino, per quanto con grazia, non entra mai in punta di piedi, fa rumore ed è sempre oltremodo atteso. In conferenza stampa, con la solita aggraziata svogliatezza, Sorrentino, accompagnato da parte del cast, Tony Servillo, Anna Ferzetti e Milvia Marigliano, ha raccontato il suo film, intimo, umano, cerebrale, filosofico ma anche ironico, e perché no impossibile in certe caratterizzazioni. Ma questa è l'arte di Sorrentino, romanziere mica solo regista e sceneggiatore. Qui la sua abilità di romanzare l'animo umano di personaggi imperscrutabili raggiunge l'apice dell'immaginazione, a volte del fantastico, irreale. Un film che potrebbe essere tranquillamente una pièce teatrale, non per niente il protagonista è Servillo, grandissimo attore di teatro "prestato" per fortuna al cinema.
Storia di un presidente
"La grazia" racconta di un presidente della Repubblica Italiana che, nel semestre bianco, deve prendere ancora importanti decisioni: firmare la legge sull'eutanasia e concedere la grazia a due assassini. Eutanasia e grazia dei due richiedenti sono intrecciati. Ma è più l'aspetto umano che coinvolge del presidente De Santis, un uomo che non esce dal lutto per la moglie scomparsa da otto anni, che condivide Quirinale, cene senza servizio, e soprattutto lavoro e una maniacale passione per il diritto con la figlia. Non altro, non una relazione padre-figlia, non una conoscenza vera tra i due se non attraverso la condivisione o la contrapposizione sulla interpretazione dei codici. Ogni personaggio disegnato da Sorrentino è una caricatura di vizi e virtù umani. Dall'amica storica Coco al generale, dal corazziere che lo segue come ombra offrendogli l'unica sigaretta concessagli nella giornata all'amico che gli vuole succedere sulla poltrona di presidente. E poi l'uomo e la donna che hanno ucciso per amore o per difesa, che chiedono la grazia. E ancora la segretaria, agenda vivente, che si commuoverà senza freni ai saluti e lo spettatore con lei, fino al cavallo moribondo che De Santis non farà abbattere "perché non me lo ha chiesto", metafora del fine vita: è una carrellata di personalità e personaggi, seppur comparse, che riempiono il foglio bianco di ogni immaginazione su ciò che succede nelle menti di chi abita e frequenta le ampie sale del Palazzo del presidente della Repubblica. A cominciare dal Capo di Stato incastrato in un immobilismo perpetuo, che rimanda ogni decisione a una più attenta riflessione, che vive nel ricordo e nella mancanza della moglie defunta, e che da quarant'anni si danna per il suo tradimento. Con chi lo ha tradito? Un dolore vivo, vivissimo che si infuoca al pensiero, che è un'ossessione, come ogni dubbio o diffidenza. Un uomo, in poche parole, incatenato nelle migliaia di pagine di diritto da lui scritte, che sono il suo fondamento di vita e che fanno a botte con le vibrazioni delle emozioni. O forse codici e articoli sono un paravento proprio per non avere a che fare con le emozioni. Finché la figlia Dorotea (Ferzetti) non gliele vomita addosso le emozioni represse, nell'estremo bisogno di un padre e non di un professore di diritto e men che meno di un presidente.
Sorrentino, il nostalgico
Ancora un film che parla di politica, dunque. «Della politica sono un disilluso, un nostalgico di figure che facevano politica per vocazione, con valori indiscussi, fragilità, responsabilità enormi e rinunce - spiega Sorrentino - Ma più di ogni cosa volevo raccontare prima del politico l'uomo. De Santis non si ispira a Mattarella, anche Scalfaro era accompagnato dalla figlia e molti presidenti della Repubblica erano cattolici, quindi il riferimento semmai è a tanti non a uno. Sono attratto da chiunque abbia un potere e un ruolo così importante. Tolta la deriva dell'immobilità della Prima Repubblica, oggi però mi sembra che si prendano decisioni troppo affrettate che poi immediatamente si smentiscono, non mi sembra nemmeno questo un bel modo».
Il tema dell'eutanasia è quanto mai attuale oltre che irrisolto, di questo intende parlare? «Il tema del fine vita è enorme e può riguardare tutti, ma non era l'obiettivo del film, tuttavia è un bene se riporterà l'attenzione sull'argomento».
Tra i personaggi particolari c'è anche il papa, originale, nero, francese, rasta, una speranza di cambiamento? «Il papa nero non era una speranza, era una possibilità realistica dopo la morte di Francesco e con l'elezione del suo successore. Poteva succedere, stava succedendo».
Il film è nella lista per concorrere, con sceneggiatura e miglior attore, al prossimo Oscar. Ma chiedere al regista, già vincitore con "La grande bellezza", miglior film internazionale nel 2014, e candidato con "È stata la mano di Dio" nel 2021, se potrebbe vincere si prende una risposta alla Sorrentino... «È come dire che potrei giocare a calcio in Serie A. Sinceramente non me ne occupo, ci sono cose più urgenti. Non mi faccio nessuna domanda in merito. Il film per me è finito, ora è del pubblico».
Con Servillo (Jep Gambardella de "La grande bellezza") l'Oscar lo ha vinto. La coppia si riforma, per scelta professionale non per scaramanzia. Ne "La grazia" il presidente De Santis confessa anche di aver sempre sognato, ma di non aver avuto mai il coraggio, di indossare pantaloni bianchi e giacca rossa, una citazione di quel Jep che proprio così vestiva. De Santis tutto sommato è il lato grigio del coloratissimo Gambardella, chissà se non le due anime del regista. «Di Servillo, in questo caso, mi ha stupito l'immediata autorevolezza, questo serviva per fare il presidente della Repubblica. Tony ha una potenza che pochissimi attori nel mondo hanno».
Dopo papi e presidenti, Sorrentino si farà ispirare da un presidente che prende il Napoli fallito riportandolo allo scudetto e in Champions League? Ride, non ci ha pensato e non ci penserà mai, ammette. «Non farò mai un film sul presidente del Napoli, anche perché poi vorrebbe produrlo!»
E cosa significa quel cane-robot alla testa del presidente e della sua scorta mentre lascia per sempre il Quirinale e attraversa le vie del centro di Roma? «Mi piaceva e ce l'ho messo».
Servillo: Con Paolo mai assieme allo stadio
Tony Servillo è nel suo, un palcoscenico tutto per lui. Inquadrature di ogni ruga che sono la sua cifra artistica. Sembra un film costruito su di lui, e la sua candidatura all'Oscar sarebbe più che dovuta. «Sono rimasto impressionato dal personaggio, che intreccia tempo e memoria, pubblico e privato, stupisce che appartenga al Capo dello Stato. Mi è piaciuto subito - dice Servillo - Paolo non è solo uno straordinario creatore di immagini, ma è un grande dialoghista. Offre una prateria in cui muoversi e per un attore è il massimo. Ha la capacità di regalare un personaggio che ha la responsabilità di irradiare il film. Paolo mi ha battezzato con "L'uomo in più", la mia carriera non sarebbe stata la stessa se non ci fossimo incontrati».
Dialoghista, già, le sue sceneggiature sono romanzi grondanti frasi a effetto e battute che strappano risate. Scegliere la più bella di questo film non è facile. “Ogni volta che ricordo, muoio“, dice il presidente De Santis, e questa è bella. Servillo quale sceglie? «Battute belle ce ne sono tante. Quella che è piaciuta molto in giro per l'Europa è quando l'amica Coco dice "questa non è una cena, è un'ipotesi", fa molto ridere».
E fa ridere anche un presidente della Repubblica che canta il rap di Guè, con le cuffie grosse e nere alle orecchie. Meno scontato quando si alza in piedi e intona il canto degli alpini. Servillo, si sa, sa anche cantare, tra teatro e musica è cominciata la sua storia e quella del fratello Beppe, che viceversa canta e sa anche recitare. Si è trovato meglio col rap o col canto alpino? «È stato più facile cantare con gli alpini ma più divertente il rap».
Servillo e Sorrentino, ognuno a modo suo, chi meno chi più, sono tifosi del Napoli. Ma il tifo ha i suoi comandamenti, rispetta certe regole, affinità e pulsioni. Quelle dell'attore sono meno forti di quelle del regista. «Non seguo spesso - confessa Servillo - anche se sono molto legato al Napoli e ogni tanto vado allo stadio. Ma mai andato con Paolo, né mai visto insieme una partita».
Sono passati venticinque anni da "L'uomo in più", il film che ha lanciato Sorrentino e anche Servillo nel cinema, uno aveva 31 anni, l'altro 42, sono cresciuti assieme, intersecandosi o in parallelo, senza vedere mai una partita del Napoli assieme, altro li lega, sette film, un Oscar e l'attesa di una ulteriore consacrazione con un film che esalta "la grazia" dello sceneggiatore-dialoghista, ancor più che del regista, e di un attore straordinario di teatro - che sa anche rappare - "prestato" per fortuna al cinema.
