L'invasione di Camp

Come sono arrivati 80mila milanisti nelle stesse ore, nello stesso giorno, il 24 maggio? Con una processione mai vista di aerei di linea e charter, torpedoni modernissimi e scassati, auto dalle targhe insospettate, più due navi allestite da Publitalia. Per il trionfo segnato dalle sagome di Sacchi e Berlusconi che adesso si abbracciano sul prato verde smeraldo del Camp Nou
L'invasione di Camp
6 min
Franco Ordine

Dovevamo capirlo già dalla data: il 24 maggio! Questo 24 maggio dell’anno di grazia 1989 del calcio italiano è un giorno memorabile non solo per gli ottantamila milanisti di tutta Italia, in marcia sotto il cielo terso di Barcellona. Perché è ancora più incredibile e impressionante l’esodo biblico coinciso con questa finale di Coppa Campioni, la prima dopo vent’anni di modesti risultati, lotte intestine memorabili (tra Rivera e Buticchi) e fallimenti rischiati (epoca di Farina), guadagnata da un luccicante Milan e onorata con un 4 a 0 da incorniciare. «Una città che si trasferisce in un’altra città» racconta orgoglioso e spaventato Silvio Berlusconi prima di entrare nella cappella del Nou Camp a pregare - il racconto è suo - «il Dio degli eserciti » ricordando che «quelli della Steaua sono comunisti» la battuta confezionata all’istante e passata ai taccuini dei cronisti per rendere ancora più incredibile la narrazione. Il regista di questa ciclopica invasione diventata una cavalcata fantastica dei nuovi padroni del calcio continentale è un giovanotto intraprendente, allevato alla scuola Fininvest, Paolo Taveggia si chiama e il racconto della sua missione impossibile sembra tratto da un film di 007. Già perché riuscire a requisire il pacchetto intero dei biglietti a disposizione dell’Uefa rappresenta l’incipit fiabesco di questa spettacolare avventura che molti protagonisti della magica serata di calcio potranno raccontare a parenti e amici tra qualche tempo, dinanzi a una birra ghiacciata, facendo loro strabuzzare gli occhi. Quando ricapiterà, e a chi mai ricapiterà, di vincere la coppa dalle grandi orecchie, in uno stadio straniero, pieno soltanto di tifosi italiani con le bandiere rossonere al vento, al culmine di una sequenza di gol e di azioni spettacolari capaci di spianare la resistenza fragile della Steaua ed esaltare il talento e l’abilità balistica di Van Basten e Gullit?

La dotazione dei tagliandi, secondo tradizione consolidata dell’Uefa, è divisa in tre parti: 25mila ciascuno alle due finaliste, 25mila alla società che ospita e alla federazione spagnola. Taveggia, scarpe grosse e cervello fino, qualche settimana fa, incassò la sua parte e in cambio di un pagamento immediato (2 miliardi di lire) riuscì ad acquistare la tranche spagnola raddoppiando così la propria dotazione ancora insufficiente a soddisfare le richieste. Ci fosse stato il Maracanà a disposizione, avrebbero riempito anche quello i milanisti di tutta Italia. Per ottenere il resto, Taveggia aspettò qualche giorno, il tempo necessario per procurarsi, da un’agenzia di Bruxelles, un paio di biglietti rivenduti con sovrapprezzo dai romeni, impossibilitati a mobilitare, causa il costo del viaggio, la propria tifoseria. «Dinanzi a quella prova, il segretario dell’Uefa Gerard Aigner requisì lo stock di biglietti destinato alla Steaua e lo trasferì a noi» il racconto soddisfatto di Taveggia mentre ammira la marea rossonera di Barcellona che canta e balla dinanzi all’esibizione di due maghi del pallone, Van Basten e Gullit, fanno giochi di prestigio e prima che i rivali se ne accorgono firmano gol uno dietro l’altro.

Come sono arrivati 80mila a Barcellona, concentrati nelle stesse ore, nello stesso giorno, il 24 maggio appunto? La risposta non è complicata: con una processione mai vista di aerei di linea e di charter, torpedoni modernissimi e scassati, auto dalle targhe insospettate, più due navi allestite dalla società Publitalia e partite in crociera dal porto di Genova tre giorni prima con a bordo sponsor e gente dello spettacolo, niente nani, di sicuro più di una ballerina. Persino duecento tifosi provenienti dalla Puglia, avviliti e disperati perché senza biglietto, son riusciti a trovare posto in questo gigantesco catino che adesso canta la sua gioia e “sfotte” con un coro Peppino Prisco, il grande rivale evocato in una serata magica e indimenticabile. Sono riusciti nel miracolo grazie a un blitz nell’albergo Ritz, residenza di Silvio Berlusconi: hanno ottenuto gli ultimi tagliandi, spuntati da chissà dove, per non perdersi la festa. Già perché senza biglietto, non avrebbero potuto fermarsi nemmeno dinanzi alla tv, a causa dello sciopero della tv spagnola che ha impedito a un paese intero, la Spagna, d’assistere all’inizio di un’era calcistica forse indimenticabile per il Milan e per il calcio italiano risorto dopo il trionfo mondiale di Bearzot e la tragedia dell’Heysel.

È un trionfo segnato dalle sagome inconfondibili di quei due in giacca e cravatta che adesso si abbracciano a lungo sul prato verde smeraldo del Camp Nou come spasimanti ritrovati dopo anni di lontananza. Sono loro, Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi, i due visionari entrati come un ciclone nella cronaca ordinaria del calcio italiano, pronti a sconvolgerlo con organizzazione societaria inedita, schemi coraggiosi e allenamenti mai visti prima. Sono sempre loro due i primi a raccontare, in questa notte di cortei e brindisi, in una Barcellona rimasta sveglia, le paure confessate a pochi intimi nelle ore precedenti all’evento. Non le preoccupazioni per l’assenza di Evani, infortunato. Non i timori per la scelta di far giocare Ancelotti, mai visto all’opera in quel ruolo, con il numero 11 sulla schiena. No. Piuttosto il terrore, quello sì, di deludere quella città arrivata in un’altra città a inseguire un trionfo mai conosciuto in carriera. «Se dovessimo perdere, chi lo spiegherebbe a questi ottantamila?» la domanda rivolta da Sacchi a Baresi e Tassotti durante il lento trasferimento dall’albergo allo stadio, pochi metri appena, percorsi in 30 minuti per riuscire a farsi strada tra le ondate di persone, bandiere e striscioni, tutti vestiti con gli stessi colori, animati dalle stesse sicurezze, galvanizzati dalla stessa eccitazione. Già perché adesso che il loro favoloso Milan riconquista la coppa dei Campioni, terza di una serie molto promettente, possono anche far finta di niente qualora domenica prossima, a San Siro, dovesse toccare all’Inter di Trap e Pellegrini, di Zenga e Matthaeus, ai rivali di sempre, sventolare lo scudetto dei record che riporta Milano al centro dell’Europa e del calcio italiano.

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