La partita mai raccontata

Tutta colpa del TG2 e di un difetto di programmazione Quando fi nalmente arriva la luce televisiva, e si apprende che il Palermo è ancora avanti 1-0, la partita ha già preso la piega fatale. Lì i tifosi rosanero entrano in un altro tunnel che porta dritti verso la disillusione, dopo essere sbucati da quello dell’ansia frenetica e impotente
La partita mai raccontata
10 min
Pippo Russo

Tutta colpa del TG2. Sono passate da poco le 20.30 di quel mercoledì 20 giugno 1979 e l’edizione della sera s’avvia alla conclusione sforando di qualche minuto come di norma. Concentrato sul foglio lo speaker legge che allo stadio San Paolo di Napoli è appena iniziata la finale di Coppa Italia tra Juventus e Palermo, aggiungendo che la Rai ne trasmetterà in diretta il secondo tempo. E alle sue spalle scorrono le immagini delle prime fasi di gioco. Il primo calcio d’angolo per il Palermo dopo pochi secondi, la difesa juventina che respinge e pare sul punto di avviare il contrattacco. E invece si scatena un flipper che dalla trequarti porta l’attaccante del Palermo in maglia numero 11, Andrea Conte, a sfondare la linea difensiva juventina e presentarsi solo davanti a Dino Zoff. I due si scontrano e Conte ruzzola malamente. Per una collisione del genere, oggi, scatterebbero il calcio di rigore e l’espulsione del portiere. Giusto per capire quanto abbiano peggiorato il calcio negli oltre 40 anni trascorsi da allora. Ma questo è un dettaglio. Importa che sul pallone si avventi Vito Chimenti, centravanti del Palermo, per appoggiarlo facilmente nella porta vuota: 1-0 per i rosanero dopo soltanto un minuto di gioco. L’inizio più inatteso della finale che doveva avere un esito scontato. Da una parte la Juventus di Giovanni Trapattoni a cui è appena stato scucito lo scudetto (vinto dal Milan della stella) dopo averne vinti due consecutivi, e che ha dato a Enzo Bearzot il blocco della nazionale ammirata soltanto un anno prima durante il mondiale argentino. Dall’altra il Palermo di Fernando Veneranda, che si avvia a concludere un buon campionato di B (chiuderà la domenica successiva con la gara casalinga contro il Taranto) ma ancora una volta deve rinfoderare le ambizioni di ritorno in A. Pronostico scontato e invece rimesso bruscamente in discussione da subito. E intanto Vito Chimenti taglia la pista d’atletica del San Paolo per andare a esultare sotto il settore occupato dai tifosi del Palermo e lo speaker del TG2 continua a leggere imperturbabile, mentre nelle case di chi tifa Palermo si accende una frenesia impossibile da descrivere. Perché già si era rassegnati a vedere soltanto il secondo tempo della gara che potrebbe segnare la storia del club. Ma adesso che la squadra di Veneranda è pure in vantaggio, la beffa è insopportabile.

Infine se ne accorge anche lo speaker, probabilmente avvertito dal cameraman, che in effetti “è stato segnato un gol”. Ma poi chiude e passa la linea alla programmazione post-notiziario. Cronache minime di un’Italia che non c’è più. E che ancora, in tv, oscilla tra il colore e il bianco e nero. Se si torna con la memoria a quel giorno si prova un senso di vertigine nello scoprire quante cose siano cambiate. A partire dal sistema televisivo nazionale, che in quel momento è costituito da due canali di Stato (anzi, due “programmi”, il primo e il secondo, e va’ a capire quale sia il senso che allora si dà al termine “programma”) che torreggiano distanti mentre a livello locale germogliano le tv locali. Concorrenza televisiva? Giusto fra “il primo programma” e “il secondo programma”. Che pare la contrapposizione fra bolscevichi e menscevichi e in fondo un bianco po’ lo è. Di questa concorrenza è fedele specchio la programmazione dei telegiornali nella fascia che in seguito sarebbe stata battezzata “prima serata”, ma in quel momento storico è soltanto “l’ora del telegiornale”. Il TG1 va in onda a partire dalle 20 come adesso. Invece il TG2 viene messo in onda un quarto d’ora prima, dalle 19,45, e prendendo quella rincorsa invade per intero la fascia di programmazione del TG1. L’edizione della sera ha anche la denominazione “Studio Aperto”. Che nei decenni a seguire verrà assunta da un Tg della concorrenza vera, mica quella intra moenia. In questo contesto radiotelevisivo il calcio ha uno spazio limitato. Nell’Italia del bipartitismo imperfetto, esso è un oggetto visto ancora con diffidenza da entrambe le chiese partitiche dominanti. Per la DC è un balocco da dispensare con misura alle masse, come i dolciumi ai bambini, per evitare che lo convertano in vizio. E per parte maggioritaria del PCI è ancora uno strumento capitalista di spoliticizzazione delle masse, dunque figurarsi. Sicché è più che sufficiente un tempo di una partita di campionato la domenica pomeriggio, e in radio soltanto Tutto il Calcio Minuto per Minuto (ma fino al 1977 soltanto a partire dal secondo tempo di gara) e le gare della nazionale. Tutto il resto viene programmato in modo estemporaneo, finali di Coppa Italia comprese. Del resto, a novembre 1976 si è già toccato l’apice di questo atteggiamento parsimonioso nel dispensare calcio. È un mercoledì 17 quando all’Olimpico di Roma si gioca alle ore 14.30 il match fra Italia e Inghilterra, praticamente uno spareggio nella corsa ai Mondiali di Argentina 1978. Partita attesissima, perciò meglio bandirne la trasmissione in diretta per evitare assenteismi di massa sul luogo di lavoro. Il governo Andreotti Ter dispone che la Rai ne dia la differita, sia pure a colori, a partire dalle 18.30. Un’altra era geologica. Questa è l’Italia che fa da sfondo alla finale di Coppa Italia fra Juventus e Palermo. Mandata in onda in bianco e nero per motivi noti soltanto a chi gestisce la programmazione Rai, e soltanto dal secondo tempo. Ciò che in partenza espone i tifosi delle due squadre all’ansia di un’attesa lunga 45 minuti, segnati dall’impossibilità di sapere cosa stia accadendo sul prato del San Paolo. E invece dopo quel flash rubato di sbieco al primo tempo, quasi fosse un’incursione da tv pirata come in un vecchio film di John Carpenter, l’ansia da impossibilità di sapere entra nel gorgo di un’accelerazione. Impossibile da descrivere. Specie se raccontata dalla parte degli underdog, i tifosi del Palermo che per caso assistono a quel frammento di partita passato dentro una periferia di teleschermo e vedono il lampo abbacinante del sogno. Ché in fondo loro ci credono.

Il Palermo è già dove nessuno si aspettava che fosse. Ha fatto fuori il Torino dal girone eliminatorio giocato nell’estate precedente, andando a vincere 3-1 al Comunale. E sempre in trasferta ha conquistato i due passaggi successivi a eliminazione diretta, sui campi di Lazio e Napoli. Soprattutto, per i rosanero c’è la possibilità di prendersi la rivincita della finale persa ai rigori cinque anni prima all’Olimpico di Roma contro il Bologna. Tutto ciò faceva parte dell’attesa. E tutto ciò finisce dentro quella spirale dell’accelerazione. Il silenzio sterminato di 45 minuti dopo il fragore inatteso. E che gioia è mai quella d’intravedere il sogno per un istante, prima che venga tirato giù il bandone? Ecco la partita non raccontata. I primi 45 minuti di Juventus-Palermo finale di Coppa Italia 1978-79. Come sia andata a finire è noto anche a chi non c’era. Vince la Juventus 2-1 dopo i supplementari. E i due gol giungono in modo altrettanto sadico per la squadra rosanero. Il pareggio firmato da Sergio Brio arriva 7 minuti prima che il Palermo possa mettere le mani sulla Coppa. Il 2-1 marcato da Franco Causio, con uno dei suoi colpi di gran classe, giunge 3 minuti prima che l’arbitro Enzo Barbaresco della sezione di Cormóns mandi le squadre a giocarsela ai rigori. Ci arriverebbero stremate. Il Palermo a inizio ripresa perde Vito Chimenti per infortunio, e assieme a lui ogni speranza di dedicarsi a altro che una strenua difesa. Dal canto la Juventus è in 10 da metà ripresa, quando Roberto Bettega esce per infortunio (una costola incrinata dopo uno scontro di gioco) dopo che Trapattoni si è già giocato i due cambi consentiti, mandando in campo al 50’ Brio e Boninsegna al posto di Morini e Virdis. Tutto ciò è quello che viene trasmesso dalla tv e diventa un patrimonio ufficiale del vissuto collettivo. Ma prima ci sono quei 45 minuti di partita assente ma vissuta come un’esperienza estrema.

Il dramma dell’impossibilità di sapere, ma conoscendo già qualcosa. Il non sapere al quadrato. E quell’ansia da non sapere, condivisa, divampa immediata come stato febbrile di massa. Perché chi ha visto l’immagine del TG2 passa la parola a chi non l’ha vista e nel giro di pochi minuti c’è una tribù dell’ansia sparsa per la penisola e vestita di rosanero. E forse a Palermo c’è una radio libera (al tempo le chiamavano così) che ha mandato qualcuno al San Paolo a raccontare la partita, a beneficio di chi vive nel capoluogo. Ma per chi tifa Palermo fuori dai confini di Palermo e nel resto della penisola è come stare in gabbia. Non c’è modo di sapere. Altro che telefoni mobili, o trasmissioni in streaming. È il tempo di una vita analogica con tutte le limitazioni del caso. Nessuno può vedere che l’assedio al Forte Apache rosanero inizia da subito, che in quel primo tempo lontano dalla vista e dall’udito la squadra di Veneranda compie due salvataggi sulla linea. E che quando finalmente arriva la luce televisiva, e si apprende che il Palermo è ancora avanti 1-0, la partita ha già preso la piega fatale. Lì i tifosi rosanero entrano in un altro tunnel che porta dritti verso la disillusione, dopo essere sbucati da quello dell’ansia frenetica e impotente. E prima o poi bisognerà scriverla la storia orale di quei 45 minuti visti da nessuno ma vissuti come fossero 45mila.

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