Jarno Trulli incorona Antonelli: "Può essere la sua stagione, c'è una congiuntura perfetta..."

L'ex pilota: "Sbarcare a Monte Carlo e vincere non è da tutti. È una pista tortuosa, difficile. Se vinci lì, sicuramente una pasta speciale c’è"
Dario Lucchese
8 min

Ventidue anni fa un altro italiano, prima di Andrea Kimi Antonelli, trionfò a Monte Carlo. A compiere l’impresa il 23 maggio del 2004 fu Jarno Trulli, a sua volta 22 anni dopo la vittoria di Riccardo Patrese con la Brabham nell’82. Sulle strade del Principato l’abruzzese, proprio come Antonelli, conquistò la pole per poi dominare con la sua Renault una gara per molti versi rocambolesca, ricordata anche per l’incidente sotto al Tunnel che in regime di safety vide la Williams di Juan Pablo Montoya tamponare la Ferrari di Michael Schumacher. Altra epoca, nuovi eroi, ma il sapore dello champagne è sempre sublime. Una vittoria, quella del Gran Premio di Monaco, che Trulli ricorda oggi come fosse ieri. «Quello di Monte Carlo è stato il mio primo successo. Tutti aspirano a vincere questo Gran Premio, su un circuito dove si dice che è il pilota a fare un po’ di più la differenza. Benché alla fine la macchina conta sempre e anche io allora ne avevo una vincente. Imporsi a Monaco dà un grande prestigio. Molti la considerano una gara unica. Personalmente ritengo invece che sia più un esercizio». 
 
Kimi Antonelli è il terzo italiano a espugnare Monte Carlo. Nel momento esatto in cui ha tagliato il traguardo, lei cosa ha pensato?  

«Era un epilogo che si respirava nell’aria. A chi mi domandava un pronostico alla vigilia, rispondevo con franchezza: Kimi mi sembra in uno stato di forma eccezionale e, in più, ha tra le mani la vettura in assoluto migliore. Ha conquistato la pole, è partito in modo impeccabile e non ha concesso un singolo errore. L’insidia su quel circuito è tutta lì: sei condannato a danzare per quasi ottanta giri sfiorando guardrail e muretti, senza il diritto di sbagliare mai». 

Per un ragazzo di diciannove anni, appena alla seconda stagione in Formula 1, un trionfo senza sbavature a Monaco non è forse il segno di una predestinazione?  

«Senza dubbio. Va però compreso un mutamento dei tempi: questi giovani arrivano alla Formula 1 con un bagaglio di chilometri alle spalle impressionante, non possono essere paragonati ai piloti di una volta. Detto questo, intendiamoci: sbarcare a Monte Carlo e vincere non è da tutti. È una pista tortuosa, difficile, che esige un’attenzione febbrile e costante. Se vinci lì, sicuramente una pasta speciale c’è». 
  
Quale orizzonte si profila ora per Antonelli?  

«La Formula 1 insegna una legge crudele e bellissima: devi trovarti al posto giusto nel momento giusto. Questo è l’attimo in cui Kimi deve puntare con ferocia a vincere il titolo, perché ogni anno fa storia a sé. Questa potrebbe davvero essere la sua stagione. Si trova in una congiuntura perfetta, in armonia totale con la vettura, e il suo unico vero rivale è se stesso, considerando che anche Russell, per ragioni che non so spiegarmi, fatica a funzionare». 
 
Tutto questo ci riporta al suo trionfo, ventidue anni fa. Cosa significa davvero vincere nel Principato?  

«Quell’anno, come già detto, avevamo una vettura che in generale era la terza o la quarta del campionato. La Ferrari dominava, e la Bar-Honda andava un pelo più forte di noi. Poi a rotazione a volte veniva fuori la McLaren, altre la Williams-Bmw. Quando arrivammo a Monaco, ci rendemmo subito conto che la macchina c’era. Ricordo molto bene che continuavamo a spostare il peso tutto indietro ed andavamo sempre più forte; che era un controsenso, però funzionava meglio. Sin dalle prime prove io ero là davanti. Tutti conoscevano le mie qualità su un circuito tecnico e tortuoso come quello del Principato e cominciarono a puntare il dito su di me. Sentivo la pressione e anche dopo che feci la pole non fu semplice, perché la gara è sempre un’altra storia e bisognava percorrere 77 giri». 

Di questi ne completò in testa 72, di cui gli ultimi 31. In quei momenti, specialmente verso la fine, a cosa si pensa?  

«Quella gara fu molto complicata, con numerose safety car che annullarono il mio vantaggio e io dovevo costruire un buon margine sul mio compagno Alonso, perché avevo un giro in meno rispetto a lui, che era il mio diretto avversario. Però riuscii a spuntarla, creando un grande gap su Fernando che per spingere commise in seguito un errore andando a sbattere. Da allora in poi me la presi comoda, perché anche i pit stop erano finiti. Cosa pensai allora? Che bisognava arrivare in fondo e non dovevo sbagliare. Ma soprattutto che la mia vettura troppe volte in precedenza mi aveva lasciato a piedi e avevo una gran paura che accadesse di nuovo». 
 
Cosa richiede maggiormente un tracciato come Monaco rispetto agli altri circuiti più tradizionali? 

«Concentrazione, sensibilità, coraggio: è un mix di tutto ciò. Monaco non consente errori. Quindi la macchina devi davvero sentirla tua, stando attento a non finire sui guardrail». 
 
C’era e c’è un punto della pista dove vale la pena rischiare un pelo di più per andare più forte? 

«Come in tutte le piste ci sono dei punti dove sei portato a osare di più ed altri meno. Per esempio, alla prima curva si può guadagnare tanto, ma devi stare attento a non sbagliare la frenata, perché altrimenti finisci dritto nella via di fuga o contro le barriere. Poi c’è la doppia sinistra del Casinò, dove si arriva forte e bisogna rallentare, non frenare, e entrare dentro con una buona velocità. Diciamo che nella parte centrale, dal Loews in poi, mi sentivo di osare un po’ di più, perché sentivo anche la macchina, riuscivo a farla girare meglio utilizzando la sua grande trazione. Lì ho costruito gran parte del mio vantaggio». 

 

 


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