© benjamin lehman/Unsplash Tatuaggi pericolosi? L'ultimo studio parla dei rischi sul sistema immunitario
I tatuaggi continuano a conquistare sempre più persone: in Europa occidentale, circa il 13-21% della popolazione ha almeno un tatuaggio, secondo uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health. Ma quanto sono sicuri per la salute? Un nuovo lavoro dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb), affiliato all’Università della Svizzera italiana (Usi), getta luce sugli effetti dei pigmenti sulla risposta immunitaria, con particolare attenzione ai colori più comuni: nero, rosso e verde. Il team guidato da Santiago F. González ha pubblicato i risultati su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), evidenziando come l’inchiostro dei tatuaggi possa avere conseguenze a lungo termine sul sistema immunitario.
Come l’inchiostro del tatuaggio influisce sul sistema immunitario
La ricerca, frutto di sette anni di lavoro e in collaborazione con 12 gruppi internazionali, ha analizzato il percorso dei pigmenti nell’organismo, sia in modelli animali sia in campioni umani. Dopo l’applicazione, l’inchiostro migra rapidamente attraverso il sistema linfatico e si accumula nei linfonodi nel giro di poche ore. Qui i macrofagi, le cellule del sistema immunitario, catturano i pigmenti innescando una risposta infiammatoria. Questa si manifesta in due fasi: una acuta, che dura circa due giorni, e una cronica, che può persistere per anni. L’infiammazione prolungata può indebolire la difesa immunitaria e aumentare la vulnerabilità a infezioni e, in rari casi, a tumori del sangue.
Pigmenti rossi e neri i più rischiosi
I ricercatori sottolineano che i macrofagi non sono in grado di degradare l’inchiostro, il che porta alla loro morte, soprattutto in presenza dei pigmenti rossi e neri, considerati più tossici. Il risultato è un ciclo continuo di accumulo di inchiostro e morte cellulare nei linfonodi, con possibili effetti sul sistema immunitario. "Questi risultati non sono opinioni, ma dati scientifici", ha commentato l’infettivologo Matteo Bassetti su Instagram. I ricercatori svizzeri concludono che saranno necessari ulteriori studi per comprendere appieno questi fenomeni e valutare eventuali rischi a lungo termine.