Myriam Sylla: «In Italia il meglio del mondo»

Il bilancio del capitano delle azzurre del volley: «In Nazionale ti senti dentro la storia»
Myriam Sylla: «In Italia il meglio del mondo»© AP
6 min
Giorgio Burreddu
TagsVolleySyllacampionato

Myriam Sylla è velenosa. Lo sono anche certi fiori dall’aspetto innocuo. Hanno bisogno di libertà e nutrimento, non puoi metterli in un bouquet. «Non so che stagione sto facendo a livello personale. E il mio modo di vedere le cose non lo capisco. Troppo negativo. Voglio sempre di più e troppo. Sono insaziabile». Dopo aver vinto tutto a Conegliano, anche lei aveva bisogno di nuovi spazi. Ne ha trovato uno buono e fertile a Milano, con la Vero Volley che punta alla luna. Milano la stella se l’è portata in casa. «Non è stato semplice - racconta Sylla, 27 anni - nei quattro anni precedenti avevo i miei riferimenti e le mie abitudini. Cambiare è stato particolare. I primi giorni ero un po’ spaesata. Ma va tutto bene».
 
A Milano cosa sta trovando? 

«Ne parlavo con mio padre. Mi chiedeva: “Sei felice?”. Lui mi vede felice. Non mi lascio trasportare dalle emozioni, ma sento tanta positività e voglia di crescere. Qui ho trovato tanta gioia». 
 
Dopo anni in un contesto come si entra in un nuovo gruppo? 

«Se fai troppo è troppo, se fai troppo poco è poco. Allora ho fatto così: “Ciao, piacere”. E basta. Ho spiegato subito come sono fatta: se urlo e sbraito è solo perché voglio di più». 
 
Non ci dica che è timida. 

«Sono anche molto timida. La gente non ci crede, ma è solo perché la mia timidezza viene sovrastata dalla sfacciataggine. A una certa mi butto. I primi giorni non è stato facile. Entri in casa d’altri e ci vuole rispetto». 
 
Conegliano è in cima al mondo. Da ex che effetto le fa?

«Sono felice. Per la società, per le mie amiche e perché per l’ennesima volta hanno dimostrato che sanno fare il loro lavoro. Hanno espresso un gioco di altissimo livello, grande pallavolo. E sono contenta perché vuole dire che il campionato dove gioco io è uno dei migliori al mondo, se non il migliore». 
 
Il bronzo mondiale cosa le ha lasciato? 

«Che chi la dura la vince. Certo il Mondiale mi ha lasciato una delusione incredibile. E la consapevolezza che quello che sto facendo lo posso fare. La Nazionale è la ciliegina sulla torta del mio lavoro. Quando finisci con la squadra di club, e sai che hai il ritiro, il tuo Paese, i tuoi colori, è emozionante. Ma se la vedi solo come un’altra squadra è terribile. Triste. Invece no». 
 

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E allora che cos’è la Nazionale? 

«La storia. E tu ci sei dentro. Da bambina leggevo della Nazionale, di quelle che ci giocavano. E forse un giorno altre leggeranno delle vittorie e delle sconfitte, della nostra storia...». 
 
Sentire di scrivere la storia è bellissimo. 

«Non lo fai perché se ne parli, ma perché resti un bel ricordo. E per spronare altri giovani a fare qualcosa. Nella vita bisogna avere voglia di fare».
 
Lei e la Egonu vi sentite? 

«Non chiedetemi del post-Mondiale, non ne parlo. Non bisogna dare spazio a gente che non capisce nulla. Paola è una mia amica e l’unica cosa da fare è stare vicino agli amici. Paola sta bene in Turchia». 
 
Lei che rapporto ha con il c.t. Mazzanti?

«Normalissimo, da giocatrice ad allenatore. Anche qui: rispetto. Ci conosciamo da una vita».

Le sconfitte insegnano. Alla sua età logorano? 

«No, hanno la stessa funzione di quelle di qualche anno fa. Quando vinci la felicità è un momento, sei felice e poi è tutto silenzio. La sconfitta te la porti dietro. Non impari vincendo. Perdendo ti rendi conto di tante cose, di chi non vuoi essere e cosa non vuoi». 
 
Ha mai sentito un vuoto?

«La volta più lampante all’Europeo. Bellissimo. La mattina dopo pensavo: e quindi? Sei quasi triste. Non me la sono goduta per niente. Non che non abbia valore, anzi. E’ incredibile. Ti senti invincibile. E poi ti fai male». 
 
Cosa ci vuole per essere una buona capitana? 

«Sto cercando di capirlo. Il primo anno forse non sono stata un buon capitano, sovrastata da tante cose, anche dalla paura di non essere abbastanza. E’ anche giusto così. Poi cerchi di auto convincerti. Ho pensato: io sono in buona fede, voglio fare bene per questo gruppo. Onestà, umiltà, rispetto, sincerità. E’ questo che bisogna essere».
 
Che tempi stiamo vivendo, c’è ancora solidarietà tra le persone? 

«Penso a mio padre, alla sua storia: è stato molto fortunato. Gli incontri che ha fatto, quelli che sono diventati i miei nonni: è vasta la gamma delle persone che hanno un gran cuore. Però non lo so se è ancora così. Dopo il Covid ho notato un peggioramento della gente. Tutti esagerano, per strada, sui social. Come se mancasse una valvola di sfogo». 
 
E’ finita la pazienza. 

«Io dico che bisognerebbe fare un bel respiro. Se siamo in un periodo di merda magari bisogna pensare che quello che hai davanti può stare come o peggio di te».
 
Cosa chiede a Babbo Natale? 

«Ho letto un articolo in cui un ragazzino ha scritto un biglietto. Diceva: non togliermi niente. Allora ho pensato: “Che stupida, tutti gli anni faccio la lista”. Invece era facile. Bastava dire: non togliermi nulla. Non chiedo di più, mi arrangio». 


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