Claudio Lotito è un esperimento sociale. È una sorta di candid camera per vedere l’effetto che fa. Una bomba lanciata nell’universo calcio dove tutto - da sempre - almeno a livello propagandistico ruota attorno ai tifosi. Perché, sia pur rimanendo al livello meno romantico, i clienti sono loro. I fruitori dello spettacolo sono loro. Gli appassionati al film sono loro. Eppure da anni, diciamo anche da sempre, ossia da quel 19 luglio 2004, il presidente della S. S. Lazio ha ingaggiato un estenuante corpo a corpo con i clienti della sua azienda. Li attacca. Li insulta. Li allontana. Li chiama stronzi. Si rifugia costantemente nel sarcasmo e nel cinismo. Come quando, l’altro giorno, si è definito un ammortizzatore sociale. «Io faccio pure l’ammortizzatore sociale, ‘sti stronzi sennò con chi si sfogano? Faccio pure il pungiball, Friedkin invece è un fantasma…».
Lotito e la Lazio: un fenomeno unico nel suo genere
È un fenomeno unico nel suo genere. È in parte accaduto anche altrove. Certamente a Napoli, soprattutto prima che De Laurentiis portasse a casa vittorie importanti. O a Torino dove i tifosi granata si sentono prigionieri di Urbano Cairo. Ma né Cairo né De Laurentiis hanno avuto tanta costanza nel portare avanti il muro contro muro. Quella che Tommaso Paradiso sul Corriere dello Sport ha definito desertificazione, sembra essere un lucido disegno dell’imprenditore-senatore.
La fatiche di Lotito
Come se Lotito facesse fatica, anzi proprio non tollerasse l’idea di condividere la sua creatura con chicchessia. Come se volesse individualizzare il calcio. Siamo oltre “la Lazio è mia e me la gestisco io” sulla falsariga degli slogan femministi degli anni Settanta. Non tollera, non considera l’idea che la Lazio possa interessare anche ad altri. Giù le mani e i sentimenti dalla sua creatura. Vietato pensare alla Lazio. Figurarsi sognare la Lazio. La sua presidenza è quanto di più prossimo alla massima dei nativi americani Cree: “Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato, e l’ultimo corso d’acqua avvelenato, vi renderete conto che non si possono mangiare i soldi”. Ecco, parafrasando: quando Lotito avrà vinto la resistenza dell’ultimo laziale, si renderà conto che il calcio non è un’impresa individuale. Anche se a livello giuridico lo è. Incarna il bambino che resta da solo col suo pallone perché è impossibile giocare con lui. È una strana impresa il calcio. Per certi versi è un’impresa a perdere, ha ragione. Perché se sbagli i conti, a fallire sei solo tu. Quando si finisce in bancarotta, sei un uomo solo. Sei solo una fotografia da staccare dal muro, cui sovrapporre quella di chissà chi altro (citiamo il romanista De Gregori). Il popolo sa essere spietato, e questo Lotito non lo tollera. Non riesce a superarlo. Non sa però che quello stesso popolo è capace di regalare emozioni per cui vale la pena vivere. Capaci di far commuovere e ripensare l’intera vita persino di un avaro, misantropo come Ebenezer Scrooge il protagonista del Canto di Natale di Dickens. Forse è una lettura provocatoria ma è come se Lotito non credesse nell’amore. Come se ne fosse turbato, terrorizzato. È la nuova figura di presidente narcisista, incapace di amare. Ce lo immaginiamo con i bilanci in mano a mostrarci il dare e avere, come a dire: “bravi bravi, siete bravi a parlare”. Lo comprendiamo anche. Ma allora il calcio non è l’azienda che fa per lui. Non può esistere il pallone senza poesia. Anche solo a livello di finzione. La finzione, l’ipocrisia sono ingredienti essenziali, fondamentali. Lotito ha paura d’innamorarsi e poi di perdere la testa. È il motivo per cui lavora scientemente alla desertificazione. Ma così facendo, è come se non avesse mai realmente avuto una squadra di calcio. La sua è stata ed è una presidenza in bianco e nero. Volutamente priva di emozioni. Ricorda la frase de “L’uomo in più” il film di Paolo Sorrentino: “Il calcio è un gioco e tu sei un uomo fondamentalmente triste”.