Auguri Dan Peterson, 90 anni da leggenda 

Auguri Dan Peterson, 90 anni da leggenda 

Coach di basket, commentatore televisivo, testimonial e attore. Tante anime in una, il timbro della voce unico. Come il carisma
Dario Torromeo

Non era alto come i giganti che allenava, ma sapeva guardarli negli occhi per capire cosa portassero nel cuore. Tirava fuori il meglio dai suoi giocatori, regalava loro fiducia. Oggi Dan Peterson compie i suoi primi 90 anni. Viene da Evanston, sobborgo di Chicago, Stati Uniti. È stato un allenatore che ha interpretato il ruolo secondo i comandamenti imparati e poi osservati per una vita intera. Essere esigente, lavorare moltissimo, fino (se necessario) a farsi addirittura odiare, essere una guida, creare la forza del gruppo, spingerli ad avere la massima determinazione. Sembra non gli piacciano i complimenti, ma i fatti non si possono ignorare. Una Coppa Italia e uno scudetto con la Virtus Bologna. Quattro scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa Korac e due Coppa Italia con l’Olimpia Milano. Ci ha conquistati con la professionalità, la voglia di migliorarsi, la capacità di trovare sempre le parole giuste.

Dan Peterson e il gioco del silenzio 

Il discorso più importante l’ha fatto restando in silenzio. Per una settimana non ha parlato alla squadra, la domenica prima del “giorno del giudizio” ha lasciato che fosse Franco Casalini, suo assistente, a guidarla (vincendo) in campionato. Lui era teso, non dormiva da giorni. L’Olimpia aveva perso di 31 punti in Grecia contro l’Aris Salonicco (98-67), rischiava di rimanere fuori dalla Final Four di Coppa Campioni. Il 6 novembre 1986, novemila spettatori riempivano il Palatrussardi di Lampugnano. Era la sera in cui poteva chiudersi la grande avventura. Non aveva detto una sola parola per stimolare la voglia di riprendere in mano il gioco, non aveva raccontato storie di magie ai suoi uomini, non aveva percorso sentieri complessi. Sperava che quel silenzio fosse interpretato come una testimonianza di fiducia nel gruppo. Così è stato. Una frase e poco più, prima di cominciare. «Se pensate di poter ribaltare lo scarto, non pensate di poterlo fare in fretta. Dobbiamo recuperare un punto al minuto, un punto al minuto». L’Olimpia chiudeva il primo tempo avanti di 14. Ne mancavano ancora 17. A cinque minuti dalla fine della partita, Meneghin segnava il canestro del 76-44, Olimpia a +1! A quarantuno secondi dal termine, due tiri liberi di Roberto Premier chiudevano il conto. Venti i punti di vantaggio accumulati nel secondo tempo. Uno al minuto, uno al minuto. Roberto Premier, Dino Meneghin, Bob McAdoo, Kim Barlow, Mike D’Antoni il quintetto di partenza. Gianmario Gabetti il proprietario. Toni Cappellari il general manager. Dan Peterson era il Coach della squadra che avrebbe poi vinto quella Coppa. Ha interpretato il ruolo con spirito moderno. Ha sempre studiato il passato, convinto che lo avrebbe aiutato a costruire il futuro.

Meglio il basket di ieri 

Ancora oggi non rinnega la sua anima. Non gli piace questo basket, pensa che lo spettacolo sia calato di livello da quando è stata inserita la regola del canestro da tre punti. «Un canestro è un canestro, sia se lo fai da un centimetro che da sette metri. È stato così per cento anni, perché cambiare?». Preferisce ieri a oggi. «Larry Bird, Julius Erving, Magic Johnson, Michael Jordan…». Ha avuto un rapporto intenso, a volte conflittuale, altre quasi amichevole, con i giornalisti. Alcuni di loro sono stati e sono ancora oggi interlocutori abituali. Mi è piaciuta molto una risposta data pochi giorni fa a Umberto Zapelloni che, in un’intervista per il Giornale, gli chiedeva di descriversi. «Diciamo che sono quello che si chiama “overachieved”, uno che ha superato i suoi limiti con determinazione, con lo studio e l’ascolto. Non tutti sanno ascoltare». 


Acquista ora il tuo biglietto! Segui dal vivo la partita.© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Basket

Tante anime 

Oggi Daniel Lowell Peterson compie 90 anni. Il volto leggermente piegato, il sorriso, gli occhiali dalla montatura chiara e sottile. Per spirito e voglia di tenersi al passo con i tempi è ancora quel giovanotto approdato a Bologna nel ’73 per allenare la Virtus. Anche il timbro della voce è lo stesso, come uguale è il suo italiano. Buono, con marcato accento made in USA. Ma forse è solo la voglia di creare un altro riferimento che lo identifichi al primo approccio. Una sonorità fedele nel tempo, la stessa con cui chiudeva la pubblicità del the che l’ha reso ancora più famoso di quanto già non fosse. «Mmh, per me (pausa) numero 1!». O quella con cui, da commentatore televisivo, sottolineava come la partita non avesse più molto da dire. «Mamma, butta la pasta…». Coach di basket, commentatore televisivo («Si può parlare senza urlare»), giornalista, testimonial pubblicitario, attore. Tante anime in un’unica persona. È entrato nelle nostre case e ha occupato ampi spazi del nostro tempo libero. Si è ritirato quando era all’apice della carriera, a soli 51 anni. Per poi tornare in panchina ventitré stagioni dopo. Si alza ancora presto al mattino, fa ginnastica, legge, si informa. Scrive, racconta. Lui e la moglie Laura Verga, un amore nato nel 1985. Tra gli amici c’è chi giura sia lei il suo segreto. Dan Peterson conferma. «Mmh, per me (pausa) numero 1!». Auguri Coach. 

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Non era alto come i giganti che allenava, ma sapeva guardarli negli occhi per capire cosa portassero nel cuore. Tirava fuori il meglio dai suoi giocatori, regalava loro fiducia. Oggi Dan Peterson compie i suoi primi 90 anni. Viene da Evanston, sobborgo di Chicago, Stati Uniti. È stato un allenatore che ha interpretato il ruolo secondo i comandamenti imparati e poi osservati per una vita intera. Essere esigente, lavorare moltissimo, fino (se necessario) a farsi addirittura odiare, essere una guida, creare la forza del gruppo, spingerli ad avere la massima determinazione. Sembra non gli piacciano i complimenti, ma i fatti non si possono ignorare. Una Coppa Italia e uno scudetto con la Virtus Bologna. Quattro scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa Korac e due Coppa Italia con l’Olimpia Milano. Ci ha conquistati con la professionalità, la voglia di migliorarsi, la capacità di trovare sempre le parole giuste.

Dan Peterson e il gioco del silenzio 

Il discorso più importante l’ha fatto restando in silenzio. Per una settimana non ha parlato alla squadra, la domenica prima del “giorno del giudizio” ha lasciato che fosse Franco Casalini, suo assistente, a guidarla (vincendo) in campionato. Lui era teso, non dormiva da giorni. L’Olimpia aveva perso di 31 punti in Grecia contro l’Aris Salonicco (98-67), rischiava di rimanere fuori dalla Final Four di Coppa Campioni. Il 6 novembre 1986, novemila spettatori riempivano il Palatrussardi di Lampugnano. Era la sera in cui poteva chiudersi la grande avventura. Non aveva detto una sola parola per stimolare la voglia di riprendere in mano il gioco, non aveva raccontato storie di magie ai suoi uomini, non aveva percorso sentieri complessi. Sperava che quel silenzio fosse interpretato come una testimonianza di fiducia nel gruppo. Così è stato. Una frase e poco più, prima di cominciare. «Se pensate di poter ribaltare lo scarto, non pensate di poterlo fare in fretta. Dobbiamo recuperare un punto al minuto, un punto al minuto». L’Olimpia chiudeva il primo tempo avanti di 14. Ne mancavano ancora 17. A cinque minuti dalla fine della partita, Meneghin segnava il canestro del 76-44, Olimpia a +1! A quarantuno secondi dal termine, due tiri liberi di Roberto Premier chiudevano il conto. Venti i punti di vantaggio accumulati nel secondo tempo. Uno al minuto, uno al minuto. Roberto Premier, Dino Meneghin, Bob McAdoo, Kim Barlow, Mike D’Antoni il quintetto di partenza. Gianmario Gabetti il proprietario. Toni Cappellari il general manager. Dan Peterson era il Coach della squadra che avrebbe poi vinto quella Coppa. Ha interpretato il ruolo con spirito moderno. Ha sempre studiato il passato, convinto che lo avrebbe aiutato a costruire il futuro.

Meglio il basket di ieri 

Ancora oggi non rinnega la sua anima. Non gli piace questo basket, pensa che lo spettacolo sia calato di livello da quando è stata inserita la regola del canestro da tre punti. «Un canestro è un canestro, sia se lo fai da un centimetro che da sette metri. È stato così per cento anni, perché cambiare?». Preferisce ieri a oggi. «Larry Bird, Julius Erving, Magic Johnson, Michael Jordan…». Ha avuto un rapporto intenso, a volte conflittuale, altre quasi amichevole, con i giornalisti. Alcuni di loro sono stati e sono ancora oggi interlocutori abituali. Mi è piaciuta molto una risposta data pochi giorni fa a Umberto Zapelloni che, in un’intervista per il Giornale, gli chiedeva di descriversi. «Diciamo che sono quello che si chiama “overachieved”, uno che ha superato i suoi limiti con determinazione, con lo studio e l’ascolto. Non tutti sanno ascoltare». 


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