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Conte, il feroce Salentino

                                                        

Conte, il feroce Salentino
© FOTO MOSCA

Conte ha ragione: «La società è debole». L’Inter è debole. «Non ci ha mai protetto» ha spiegato a Bergamo. «Attacchi gratuiti contro l’Inter e contro di me. A fine anno faremo le valutazioni». Se non ci fossero di mezzo l’Europa League e una società debole le conclusioni sarebbero da trarre oggi. Perché Conte stavolta si è superato: una società forte non si piega a 90 gradi davanti a un suo dirigente. Una società forte non si fa criticare pubblicamente per il mercato, la mancanza di peso in Lega (ripartenza del campionato e caso calendari). Una società forte non permette inoltre al tecnico cresciuto nella “nemica” Juve di indicare a più riprese la “nemica” Juve come modello al quale ispirarsi. Juve che, non va dimenticato, ruppe con Conte (si dimise) proprio per riaffermare la prevalenza della società sui tesserati, allenatore incluso, peraltro dopo tre stagioni brillantissime nelle quali proprio Antonio era stato il motore dei successi in campionato.

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Altre stoccate del feroce Salentino in ordine sparso: «Prima parlate di cacca, ora in tanti sul carro». Quale carro? Non ci risulta che l’Inter abbia ancora vinto qualcosa quest’anno e sul carro del «primo dei perdenti» (la storica battuta di Enzo Ferrari rilanciata di recente anche da Conte) di solito i giornalisti e i dirigenti non salgono mai.

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Nessuno ha mai accostato la cacca al lavoro di Conte, tutt’altro, e critiche ben più pesanti ha ricevuto e ancora riceve Maurizio Sarri che qualcosa ha già portato a casa.

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Conte, che seguo dai primi anni 90, non era così: è cambiato tanto, si è allargato e adesso vorrebbe “controllarla”, la società per la quale lavora. Quando ha firmato un triennale da 20 e passa milioni lordi a stagione non poteva non sapere che la società debole non vince lo scudetto da nove anni, dieci con questo, e che dal 2010 a oggi ha bruciato talvolta in modo traumatico e inspiegabile fior di professionisti: Benitez e Mancini, Mazzarri e De Boer, Leonardo e Gasperini, Ranieri e Pioli.

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Non so quali valutazioni voglia fare Conte a fine anno, alcune riesco a immaginarle, sono tuttavia curioso di conoscere quelle della società debole e soprattutto dell’ad Marotta che per tutelare, fiancheggiandolo, il suo “asso” ha fatto spendere 186 milioni solo in giocatori alla società debole e condotto battaglie politiche che probabilmente non condivideva prendendosi palate di cacca - quando Conte ci racconterà cosa ha dovuto fare per convincere la società debole a prendere Lukaku, immagino che chiarirà anche quali sforzi ha dovuto compiere per far spendere quasi 22 milioni per Lazaro, rinnegato dopo soli 4 mesi.

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Un tempo il feroce Salentino si limitava a prosciugare e sfinire i giocatori, ora ha esteso il suo assedio ai dirigenti, colpevoli di non spalleggiarlo, come se versargli dieci-dodici milioni netti l’anno non sia uno spalleggiare abbastanza.

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Conte è ossessionato dalla Vittoria (e dalle talpe), che è poi anche il nome di sua figlia. Il sospetto, sempre più acuto, è che a lui, in realtà, interessi selvaggiamente la vittoria di Antonio Conte più che dei club che lo strapagano. Vola alto. Anche i santi della sua terra volano alto, senza avere le ali, le tarantole si arrampicano sui muri senza avere le zampe del ragno, ma il loro è un delirio di santità, quello di Conte lo è di una singolare onnipotenza che Walter Sabatini riassumerebbe con due parole: “superomismo d’argilla”. In Inghilterra non ha funzionato. I tabloid l’hanno osannato quando ha vinto e hanno sbeffeggiato quando ha smesso di vincere. “Dead man walking”, lo chiamavano. Degli inglesi si può dire il peggio, ma sono sudditi solo della Regina. Da noi, la sudditanza è la norma. In un sistema in cui sono i presidenti (vedi l’ultimo Lotito) a insultare gli allenatori, Conte rappresenta un’eccezione destinata a restare tale. Maltrattare pubblicamente chi ti paga, detto altrimenti “sputare sul piatto dove mangi”, è uno scandalo che offende la decenza, ancora prima che il galateo.

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I cinesi tacciono. Sono i professionisti dell’attesa sulla riva del fiume, pur se eccezionalmente permalosi. Hanno una notevole considerazione di Conte, ma anche la consapevolezza di non dover dipendere dai malumori di chicchessia: questione di dimensioni, carattere, risorse. Valga per tutte la battuta di Henny Youngman: «Primo cinese: “Lo sai che gli svizzeri ci hanno dichiarato guerra?”. Secondo cinese: “Ah sì? E in che albergo stanno?”». 

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