Ronaldo zavorra, 90' penosi. La Juve sprofonda nel baratro

Ronaldo zavorra, 90' penosi. La Juve sprofonda nel baratro© Getty Images
Alessandro Barbano

Chissà che avrà pensato, dal suo eremo toscano, Maurizio Sarri, vedendo la Juve prima cincischiare inconcludente, poi subire impotente l’Inter, infine sprofondare nel baratro, liquefacendosi come una provinciale. Lui, licenziato con lo scudetto tra le mani, per non aver risolto in maniera esatta la difficile equazione tra risultati e gioco. Chissà che avrà pensato Andrea Agnelli, riflettendo sulla scelta di affidare la squadra più carica di aspettative d’Italia nelle mani di un tecnico esordiente, ancorché con un grande passato agonistico. Forse per assecondare l’insofferenza dello spogliatoio. Ma ormai, nel mezzo del cammin del campionato, la Juve è una squadra fiacca e prevedibile, discontinua, subalterna agli stati di grazia o piuttosto di sonno di Cristiano Ronaldo, un fuoriclasse che il 5 febbraio compirà 36 anni, e che si sta rivelando per la società bianconera una vera croce e delizia: furia incontenibile quando è in forma, zavorra quando, come ieri, è spento. E tuttavia resta in campo per novanta penosi minuti, intestardendosi con innocui tiri da trenta metri, o vagolando confuso tra la retroguardia avversaria. Questa irrisolta Ronaldodipendenza è assai più penosa dei 12 punti in meno rispetto all’anno scorso e dei 7 che separano la Juve dalla vetta, in attesa della gara del Milan a Cagliari. Per rimontare i quali, non basterà certo vincere nel recupero con il Napoli.

Possiamo invece intuire cosa pensi Antonio Conte, che è notoriamente un libro aperto. La sua felicità non dipende solo dal fatto di aver stravinto e aver raggiunto, almeno per un giorno, i rossoneri. Ma dall’aver visto che l’Inter finalmente ha imparato a giocare a suo modo: con quel modulo che lui non vuol chiamare contropiede, ma che contropiede è. Fatto di un pressing oculato e non dispendioso, di ripartenze e cambi gioco rapidissimi, di verticalizzazioni ficcanti, dove la velocità e l’agonismo fanno la differenza. E l’hanno fatta ieri, in una gara tatticamente povera. Dove troppo presto il centrocampo ha smesso di essere il laboratorio delle idee per diventare una frontiera aperta a tutte le incursioni. Soprattutto quelle di Hakimi e Barella. Il talento cagliaritano è il motivo di maggior soddisfazione per Conte: non solo per la sua capacità di sgusciare agli avversari, trasformando l’uno contro uno in una galoppata irrefrenabile, ma per la concretezza con cui finalizza le azioni, tanto con assist mirati, quanto segnando con freddezza. A dispetto dei suoi 23 anni, Barella è un giocatore maturo come se ne vedono pochi nel campionato italiano.

A centrocampo la Juve è lenta, imprecisa, senza idee. Ramsey e Rabiot non spingono, Bentancur fa rimpiangere il peggior Pjanic, Chiesa non riceve palla, anche perché per tutto il primo tempo Ronaldo gli va in sovrapposizione. E se manca il filtro a centrocampo, la difesa bianconera scopre le sue fragilità anagrafi che e, quindi, agonistiche: quando Bastoni inventa un corridoio diagonale di sessanta metri sul quale Barella s’invola, Chiellini sembra rientrare al rallenty. Nell’asimmetria delle due velocità, c’è la diversa fame di scudetto delle rivali del derby d’Italia, e anche lo specchio di due cicli: uno che inizia, l’altro che forse sta per chiudersi. Ma questa immagine fissa anche un’altra verità, che spiega, tutto intero, l’inedito campionato a cui assistiamo: perché dimostra che tutte le squadre, anche quelle più dotate nell’organico, hanno punti di debolezza. Che il calendario serrato, con partite ogni tre giorni, mette in evidenza. L’effetto è che non ci sono più invincibili. Dal Milan all’Atalanta, non esiste una big che non possa cadere nella trappola di una giornata no, anche contro una formazione meno attrezzata. E se, a metà giro, la corsa scudetto sembra farsi un affare tutto milanese, questa egemonia deve ancora consolidarsi nella continuità. Perché lo schiaffo alla Juve non cancella d’emblée quello rimediato dai nerazzurri contro la Samp, appena due settimane fa. È presto per cantare.

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