Serie A, il mercato che fa felici gli altri: i dati che fanno riflettere
Ogni 100 milioni di euro investiti sul mercato dai club di Serie A solo 17,9 sono spesi per ingaggiare calciatori italiani. Sono una parte di quei 38,2 milioni ogni 100 che più in generale vengono redistribuiti all’interno del nostro sistema calcio, andando a finanziare le altre squadre di A e, a cascata, i club di B o magari Lega Pro. Questa tendenza sfrenata all’import si bilancia perfettamente con un altro dato: ogni 100 milioni incassati dai club del nostro campionato, 62,3 arrivano dall’estero. In questa singolare bilancia dei pagamenti, tuttavia, l’equilibrio nasconde una trappola insidiosa: l’altra faccia della medaglia di questa capacità di vendere bene è anche il segno di una debolezza del nostro campionato, magari ancora bravo a intercettare talenti a prezzi competitivi in giro per il mondo ma sempre meno in grado di trattenerli a lungo nelle nostre squadre. Arriveranno pure i soldi ma a lungo andare le nostre stelle o presunte tali vanno a brillare altrove. Compresi i talenti italiani come Leoni, finito al Liverpool.
Il trend
Per la terza stagione consecutiva la Serie A supera il miliardo di euro per valore di operazioni in entrata. Con la sola sessione estiva stiamo - secondo le stime di Transfermarkt - a 1,19 miliardi di euro. A gennaio è altamente probabile che il totale stagionale possa superare la quota di 1,3 miliardi raggiunta lo scorso anno. Siamo comunque lontani dal record di 1,52 registrato nel 2019-20, l’ultima stagione iniziata prima del Covid. Nel miliardo e centonovanta milioni di questa estate sono conteggiati i riscatti perfezionati a giugno ma ovviamente non quelli che andranno a buon fine al termine di questa stagione, per scelta (diritto) o per obbligo. E in ballo ci sono cifre importanti: per esempio i 40 milioni che il Napoli dovrà versare allo United per prendersi tutto Højlund. Se il valore degli acquisti (inclusi gli acconti per i prestiti in attesa di riscatto) si mantiene stabile oltre il miliardo di euro, rispetto alla stagione 2024-25 c’è una brusca frenata alla voce saldo. Quest’anno è di -88,28 milioni di euro: sostanzialmente i club hanno speso quanto incassato dalle cessioni. Appena un anno fa il rosso era di 367,07 milioni di euro ma nelle ultime dieci stagioni la Serie A ha fatto anche di meglio: il record è il -441,5 milioni sempre nel 2019-20.
Il made in Italy
In proporzione la squadra che ha investito di più in Italia è la Fiorentina con l’85,3% del budget e un 54,5% delle risorse messe su calciatori italiani: Piccoli, Fazzini, Nicolussi Caviglia da una parte, i 15 milioni al Parma per Sohm dall’altra. Al secondo posto il Cagliari, con l’81,2% di spese in Italia e il 71% di investimenti su calciatori azzurrabili: la plusvalenza generata da Piccoli, preso dall’Atalanta e poi venduto a Commisso, è un piccolo capolavoro. Ancora qualche curiosità: il Sassuolo non ha investito su italiani ma ha speso l’86,5% in Italia; al tempo stesso i soldi li ha presi tutti da club stranieri. Tra le big, Roma, Milan, Napoli, Bologna e Inter sono nell’ordine le squadre che hanno fatto meno shopping in Italia. Attenzione, però: il club di ADL ha preso Beukema dal Bologna, finirà di pagare la prossima estate Lucca (Udinese) e Milinkovic-Savic (Torino). Ma vale la pena soffermarsi sulle percentuali di Genoa e Parma (0%), Como (2,3%) e Lecce (3,1%): stessi risultati, differenti prospettive. Il Como, per dirla con Fabregas, i talenti li vorrebbe italiani ma non riesce a trovarli a quanto pare. Genoa e Parma hanno una vocazione internazionale. Il Lecce di Corvino deve fisiologicamente andare a cercare fuori quei calciatori dall’elevato potenziale tecnico e finanziario. D’altra parte c’è una considerazione da fare: chi lotta per la salvezza può avere un giovane in prestito da una big, per esempio Camarda, ma difficilmente troverà disponibilità a vendere da parte di squadre di centro classifica. Che interesse avrebbero, del resto, a rafforzare formazioni sulla carta meno attrezzate con il rischio di farsi risucchiare nelle zone calde della classifica? Nessuno, appunto. Oltretutto su certi mercati club di fascia medio-bassa possono ancora esercitare un grande fascino, offrendo a calciatori emergenti la possibilità di debuttare in uno dei 5 campionati top. Nell’epoca d’oro il Catania, che non pagava stipendi superiori ai 200 mila euro, usava la “visibilità” come incentivo: anche il Cholo accettò la panchina a quelle condizioni pur di debuttare in Europa, per dire. Resta ovviamente una considerazione di fondo: chi spende all’estero ha il vantaggio di non dover coprire con fideiussioni gli acquisti rateizzati. E il sospetto che spesso sia questa la prima considerazione resta fortissimo.
L'export
Gli investimenti all’estero, dicevamo all’inizio, servono a finanziare le campagne acquisti della stragrande maggioranza dei club. Vale soprattutto per le big in questa folle estate. Il Napoli, che aveva già fatto cassa con Kvara a gennaio, ha preso i 75 milioni dal Galatasaray per Osimhen e ha pure piazzato Raspadori all’Atletico; il Milan ha fatto bingo con Reijnders al City ma ancora di più, incredibile ma vero, cedendo Thiaw al Newcastle; l’Atalanta ha fatto cin cin con un bonifico da 68,25 milioni di euro dai conti dell’Al-Qadsiah: in Arabia l’alcol sarà pure proibito ma sanno lo stesso come far saltare i tappi.
