«Ecco, la mancanza di riforme è legata a norme statutarie e al consenso delle leghe. Se c’è una lega che è contraria, non le puoi fare».
Si è mai pentito di qualcosa in questi sette anni a Via Allegri?
«Una su tutte: ho convocato un’assemblea per la riforma e ho sbagliato a fare marcia indietro».
Perché lo ha fatto?
«Temevo che il confronto sarebbe stato aspro e duro, forse avrei pagato un prezzo personale troppo alto. Ho preferito il dialogo, ma il tempo ora non ce l’ho più. Quello però era il momento di spingere, come poi ho fatto per la modifica dello statuto».
La riforma dei campionati è in agenda?
«Prima di marzo dobbiamo aprire il tavolo».
In tutte le leghe ci sono i “graviniani”, tranne in A. Le ultime elezioni le ha vinte con oltre il 98% dei consensi.
«La riforma dovrà essere radicale. In Italia abbiamo 100 società professionistiche rispetto alle 92 dell’inghilterra, che ha due livelli di professionismo. Nella nostra Serie B il 35% del turnover surriscalda il sistema e lo indebita. Il concetto di mutualità tra le leghe ha una percentuale altissima in termini di divario. Non può ridursi tutto a “Serie A a 18 sì o no”. Serve il consenso di tutte le leghe».
Torniamo al campo. Gattuso chi l’ha scelto, lei o Buffon?
«Nel Club Italia il dialogo è costante. A marzo 2025 avevamo già contattato Rino per coinvolgerlo: gli avrei affidato l’Under 21. Avremmo voluto a bordo anche Baldini. Così quando c’è stata l’occasione li abbiamo chiamati entrambi».
È vero che Roberto Mancini si era proposto per tornare?
«È vero. Ci ho parlato. Aveva dato la sua ampia disponibilità».
Spalletti andava esonerato prima di Norvegia-Italia?
«Io non l’avrei mandato via neanche dopo».
La accusarono di non essersi presentato alla conferenza in cui il ct annunciò la fine del rapporto.
«Non è vero. Ero lì. Ma essendo la conferenza Uefa della vigilia, non potevo intervenire».
C’era un accordo?
«Sì, che alla fine di quella conferenza io e Luciano, insieme, avremmo annunciato la risoluzione».
Quindi lui l’ha anticipata?
«Sì, è crollato alla prima domanda. Non ha trattenuto la sua esplosione di rabbia. Ma è stata una reazione da italiano vero».
Ha perdonato tutti.
«Ma io non devo perdonare nessuno. Però neppure dimentico».
Parliamo di debiti. Perché i proprietari più esposti non vengono fermati prima che acquistino i club? La mancanza di solidità diventa debito, che porta a penalizzazioni, che falsano i campionati.
«Esistono norme federali e norme del codice civile. Sfido chiunque, davanti a un notaio, a impedire il passaggio di quote. L’unica arma che noi abbiamo è il benestare della commissione sui principi etici e sulla solidità economico-finanziaria di alcuni soggetti».
Presidente, mentre lei tenta di stringere le maglie le società continuano a vivere al di sopra delle loro possibilità.
«La chiave è la sostenibilità, purtroppo confusa con il concetto di crescita senza limiti. Valore della produzione e costo del lavoro devono andare d’accordo. Non vuol dire che non puoi spendere, ma che si può fare mettendo delle risorse. In Bundesliga da 18 anni il 90% delle società chiude in utile».
Togliamoci il dente: chi è il responsabile del blocco del mercato della Lazio?
«È mancato il rapporto tra questo valore della produzione e il costo del lavoro. Quindi pochi ricavi e costi troppo alti. Il risultato ha dato tre parametri non rispettati. Così si è arrivati al blocco totale».
Bastava davvero che Lotito mettesse tre milioni?
«Ma dai, siamo seri. Se andiamo dietro alla demagogia non ne usciamo. Gli indicatori sono oggettivi e sono stati approvati a marzo del 2024. Tutti conoscevano le regole del gioco e anche Lotito le ha votate».
Ora l’indice di liquidità non conta più come prima.
«Guardate, io sono sempre stato per l’indice di liquidità ammissivo: se non rispetti il rapporto tra attività e passività correnti, non ti iscrivi al campionato. Era a 0,5, noi lo abbiamo portato a 0,6 quando nell’economia di mercato già 1 è un fattore di rischio. La Lega ci portò in tribunale. Oggi è evidente che il mondo del calcio viva momenti di fibrillazione finanziaria. E va dato merito a chi ricorre alle proprie finanze».
È stata la Serie A a chiedere il costo del lavoro allargato come parametro?
«Sì, perché è un indice Uefa».
Oggi però questo indicatore preoccupa i club.
«Pensate, noi l’abbiamo appena portato al 70% e non è stato facile. Partivamo da 90, poi 80. Più è basso più ci avviciniamo alla sostenibilità. In Germania da anni è al 50%».
Nel frattempo, gli arbitri sono sempre nel caos: inchieste, polemiche, errori. Renderli indipendenti è la soluzione?
«Io sono favorevolissimo all’autonomia. Sono già usciti dal consiglio federale e mi auguro che dal 1 luglio 2026 ci sia una nuova società autonoma con dei soggetti azionisti».
Il presidente dell’AIA, Zappi, è finito nella lente della procura federale. Si va verso un commissariamento?
«Non corriamo troppo. Zappi per ora ha ricevuto soltanto una conclusione delle indagini».
Presidente, anche lei ha votato per Infantino?
«Non c’era nessun altro».
Ormai si lamentano tutti: si gioca troppo. Ci rimettono lo spettacolo e la salute dei calciatori. Non si potrebbe frenare questo desiderio espansionistico, economico ed elettorale del presidente della Fifa?
«Infantino in questo momento vive in una dimensione mondiale. Sta valorizzando aspetti che il calcio non aveva mai conosciuto prima. Siede ai tavoli per la pace e ha rapporti consolidati con la politica internazionale. L’altra faccia della medaglia è questo motore che viaggia ad altissimi giri sempre. Così rischiamo di fonderlo. Dobbiamo cominciare a ragionare in maniera organica, di sistema, rispettare principi di globalizzazione ma anche le vere regole gioiose del calcio. Non dobbiamo ingolfare così i nostri calendari».
Molti ritengono sia colpa soprattutto delle nazionali.
«Come si fa anche solo a pensare di toglierle? La Nazionale è identità territoriale, fenomeno di aggregazione, ci rende orgogliosi del nostro Paese e ci unisce nella solidarietà quando va male. Sono sentimenti che fanno bene a un popolo».
La sensazione è che Uefa e Fifa abbiano in mente soprattutto il profitto.
«Se fosse questa la direzione, sarebbe una direzione sbagliata».
I rapporti con il ministro Abodi sono buoni? La commissione governativa sui conti dei club lei l’ha contestata.
«Sì lo sono, anche se a volte non siamo d’accordo. Diciamo che abbiamo una buona capacità di essere schietti reciprocamente».