Conti non ha dubbi: "Serve riscoprire i vivai e credere nei nostri ragazzi". Poi l'aneddoto su Maradona: "Ecco cosa mi diceva ogni volta che..."
La storia di Bruno Conti avrebbe potuto prendere una strada completamente diversa. Prima di diventare una leggenda della Roma e della Nazionale, infatti, l’ex campione azzurro era a un passo dal baseball professionistico. A raccontarlo è stato lui stesso in un’intervista concessa a Vivo Azzurro TV.
Bruno Conti si racconta: "Avrei potuto giocare a baseball"
“D’estate giocavo a baseball e d’inverno a calcio. Ho iniziato con i Black Angels, facevo il lanciatore”, ha ricordato Conti. Il talento non passò inosservato, tanto che il club americano Santa Monica gli offrì una possibilità concreta negli Stati Uniti. A fermare tutto fu però suo padre: “Mi volevano portare in America. Mio padre disse però che ero troppo piccolo per partire”. Cresciuto a Nettuno, città a cui è profondamente legato, Conti ha ricordato un’infanzia fatta di sacrifici e semplicità: “La mia infanzia è stata bellissima, anche se con tante difficoltà, perché crescere in una famiglia di sette figli non è semplice”. E ancora: “Lavoravo nel negozio di casalinghi di zia Maria e con la bicicletta portavo le bombole di gas nelle case”.
Dai provini andati male alla chiamata della Roma
Poi il calcio ha preso il sopravvento. Dopo alcuni provini andati male, è arrivata la chiamata decisiva della Roma: “Dicevano ‘è bravo tecnicamente, ma fisicamente non è pronto’. Io però non ci rimanevo male, il giorno dopo ero di nuovo in strada a giocare con gli amici. Per me lo sport era divertimento”. Fino a quella telefonata che gli cambiò la vita: “A Nettuno si facevano i famosi tornei dei bar. Un giorno venne a vedere una partita Antonio Trebiciani, che allenava la Primavera della Roma. La sera stessa mi chiamò il presidente dell’Anzio e mi disse che la Roma mi aveva preso. Quando lo riferii a mio padre, grandissimo tifoso romanista, non stava nella pelle”. Con la maglia giallorossa ha scritto pagine indimenticabili, così come con la Nazionale campione del mondo nel 1982. Un trionfo che gli valse persino l’omaggio di Pelé: “Fu una soddisfazione enorme. Tornato a Nettuno dopo il Mondiale sembravo il Papa. Mi vennero a prendere a casa con un’auto scappottata, io in piedi sul sedile che salutavo. Era pieno di gente, vedere amici con cui sei cresciuto che mi baciavano le mani è stato incredibile”. E poi l'aneddto su Maradona: "Ogni volta che ci abbracciavamo prima di una partita, Maradona mi diceva all’orecchio di andare al Napoli. Ho un amore per Diego che va al di là di tutto".
Il pensiero sul calcio moderno e la malattia
Oggi, guardando al calcio moderno, Conti lancia un messaggio chiaro ai settori giovanili: “Oggi vedo che si predilige il fisico rispetto alla tecnica. Dall’Under 10 all’Under 14 servono gli educatori, non gli allenatori. C’è bisogno di chi insegna i fondamentali del calcio, il gesto tecnico. Non si deve parlare di tattica. La mia più grande soddisfazione non era vincere gli Scudetti, ma vedere ragazzi come Totti, De Rossi e Aquilani arrivare in prima squadra. Questo era il mio obiettivo. Bisogna riscoprire i vivai, bisogna credere nei nostri ragazzi”. Infine, il ricordo della battaglia più difficile, quella contro la malattia: “Tre anni fa mi hanno trovato un tumore al polmone. Mi avevano toccato la cosa che amo di più, i miei capelli. All’inizio non avevo voglia di fare niente, la mia fortuna è stata avere la famiglia vicino. Mia moglie mi ha dato una forza incredibile, le devo tutto”.