Italia, la rivoluzione parte dal basso: i tifosi chiedono più giovani, stadi e calcio in chiaro

La ricerca StageUp e Ipsos-Doxa rivela le volontà degli appassionati a due giorni dal voto in Figc: un’idea di riforma per il nuovo presidente
Giorgio Marota
6 min

ROMA -  Luciano De Crescenzo sosteneva che la rivoluzione e la televisione hanno molto in comune: del resto, ogni ribellione comincia sempre con l’idea di voler cambiare il mondo e finisce spesso con la soddisfazione di poter almeno cambiare i canali, azione che fa sentire l’uomo padrone di un certo destino. Solo che gli italiani, in questi giorni afosi di giugno, tra uno zapping e l’altro, hanno forse preso coscienza di quanto sia difficile mandar giù un altro Mondiale senza gli azzurri. Osservano ad esempio con tenerezza la fragilità di Curaçao, ammirano lo stoicismo di Capo Verde, si dicono indignati per i sei gol presi dal Qatar e ironizzano persino sui quattro incassati dai bosniaci, i nostri aguzzini, senza rendersi conto che glieli ha fatti la Svizzera, la squadra che ci ha sbattuto fuori da Euro 2024 senza troppi convenevoli. La terza rassegna iridata consecutiva senza l’Italia, in qualsiasi caso, è un salasso anche emotivo. E a due giorni dalle nuove elezioni federali, quelle che vedranno il favorito Malagò sfidare l’outsider Abete, hanno risposto in massa a un sondaggio di StageUp, tra le aziende di riferimento della consulenza sportiva, e di Ipsos-Doxa, leader nelle ricerche di mercato. Il quadro che emerge? La speranza di una rivoluzione, nonostante il consiglio che affiancherà il futuro capo della Figc resterà identico a quello col quale ha governato Gravina.  

Le partite in chiaro

La distanza tra i desideri dei tifosi e gli egoismi imprenditoriali del pallone si manifesta con una certa chiarezza. Eppure, «nei fan c’è una notevole coerenza, perché vogliono visione e trasparenza e non chiedono scorciatoie», secondo Giovanni Palazzi, presidente di StageUp. Agli intervistati è stato chiesto prima di indicare con un punteggio da 1 a 5 l’importanza di alcuni temi, e poi, tra questi, di individuare i tre più urgenti. Al nuovo presidente chiedono a gran voce di stimolare gli investimenti sui giovani, di rafforzare la sicurezza negli stadi recidendo i legami con gli ultras violenti e di riformare la governance, forse per fare in modo che la federazione non si trovi più, come denunciato da Gravina, costretta allo stallo tra i veti incrociati delle componenti. Viceversa, gli appassionati reputano decisamente meno urgenti le modifiche dei format dei campionati e non riescono proprio a spiegarsi l’osessione dei club per l’ingresso dei calciatori stranieri tramite dei nuovi benefici fiscali. Probabilmente anche i tifosi cominciano a stancarsi di un calcio che divora risorse e accumula debiti senza lasciare alcun segno tecnico tangibile. Mettendo insieme questi punti si potrebbe tracciare una sorta di progetto di rilancio del sistema. Ma sì, un vero programma elettorale. Tra le istanze che raccolgono il maggior numero di consensi c’è ad esempio quella dell’offerta televisiva in chiaro (68,9%): tra abbonamenti a singhiozzo e costi dei pacchetti sempre più elevati, la visione delle partite sta diventando un lusso per molti. Dal basso arrivano infine altre due proposte: modernizzare le infrastrutture considerate fatiscenti (68%) e riformare l’arbitraggio con direttori di gara professionisti, incentivando un differente utilizzo del Var; i tifosi vorrebbero semplicemente capire di più le sue logiche talvolte all’apparenza contorte, chiedono troppo?  

Le richieste per il nostro calcio

D’altro canto, come accennavamo, solo l’8,24% del campione ritiene decisiva (da top 3 insomma) una misura in stile decreto crescita per l’ingresso di campioni stranieri, in un contesto Serie A dove 7 calciatori su 10 non solo selezionabili per la maglia azzurra e l’utilizzo degli Under 21 è ai minimi in Europa. Meno di un soggetto su due, inoltre, pensa che coinvolgere i tifosi nelle decisioni dei club sia utile. Le persone, insomma, credono che ci sia bisogno di competenze e managerialità, non di più democrazia diretta. Una redistribuzione più equa dei ricavi delle coppe europee - che rischiano di generare una spaccatura insanabile all’interno dei tornei domestici -, il sostegno al calcio femminile e dilettantistico e la riduzione del numero di partite per proteggere la salute degli alteti occupano le zone centrali della classifica delle urgenze. L’invito al futuro suona più o meno così: il nostro calcio malandato riparta dalla base, dalle esigenze che toccano le tasche delle persone e che intaccano le prospettive di crescita del movimento. Norme, milioni e format vengono dopo. Altro che populismo, si chiama visione. 

 

 

 


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