Protti era lo zar del cuore: bomber in tutte le categorie e fuoriclasse per la dolcezza

Il commovente messaggio pubblicato dalla famiglia dopo la morte descrive un campione amatissimo
Massimiliano Gallo
6 min

Li chiamavano bomber di provincia. Come se fosse un mondo a parte. Attaccante di razza ma di una razza che, chissà perché, non era ritenuta adatta al grande pubblico. La periferia che di tanto in tanto incrociava le luci della ribalta. Roba per intenditori, quelli del loggione. L’universo calcistico che aveva conosciuto i campi polverosi, lontano dall’erba tagliata alla giusta altezza e innaffiata con regolarità. Igor Protti, nato a Rimini, era un bomber di provincia. Di quella categoria là era probabilmente il più forte in Italia, assieme a Dario Hubner un altro che la metteva dentro spesso e volentieri. Protti ha vinto quattro volte il titolo di capocannoniere: in Serie A, in Serie B e in Serie C. Perché chi sa segnare, sa segnare ovunque. E in ogni modo. 

Lo zar non è mai stato fortunato

Lo zar, così era soprannominato, non è mai stato fortunato. È morto a 58 anni, maledettamente giovane, con quella malattia vissuta con enorme dignità. Anche da calciatore ha ottenuto meno di quello che avrebbe meritato. È non è una di quelle frasi fatte che si buttano lì quando muore qualcuno. Oggi uno come Protti si farebbe fatica a tenerlo fuori dal giro della Nazionale.  
Il suo percorso nel calcio che conta, cominciò prendendo il posto di un altro bomber di provincia che il grande salto lo fece: Totò Schillaci. Protti venne scelto dal Messina per rimpiazzare il futuro eroe delle notti magiche che andò alla Juventus. Rimase lì tre stagioni. Poi andò a Bari nella stagione 92-93. Il Bari dei Matarrese, in Serie B. Allenatore il brasiliano Lazaroni. Igor segnò nove gol. Ma dovette aspettare la quarta stagione per prendersi la scena. Veniva dopo Tovalieri, persino dopo Guerrero. Il suo momento arrivò in Serie A: segnò 24 gol e vinse il titolo di capocannoniere pari merito con Beppe Signori, eppure quella squadra allenata da Fascetti (che subentrò a Materazzi) finì in Serie B. Giocava con una torre al fianco, il lungagnone (ma non rozzo) svedese Kennet Andersson. Con uno grosso vicino, Igor ha sempre offerto il meglio di sé. Tanti anni dopo accadde anche a Livorno

Le esperienze con Lazio e Napoli

Ha vissuto due anni in grandi piazze. Roma e Napoli.  Due anni difficili. La Lazio stava vivendo una fase di passaggio. Lui comunque segnò sette gol e soprattutto raddrizzò un derby al novantesimo. L’anno dopo andò a Napoli. Era il 97-98. Ferlaino affidò l’attacco a lui e a Bellucci. C’erano grandi aspettative. Finì malissimo. Retrocessione in Serie B con la miseria di 14 punti, appena due vittorie in tutto il campionato. Eppure Protti lasciò una traccia. In un Juventus-Napoli 2-2, segnò nel recupero un gol memorabile: oggi si direbbe controllo orientato di destro e poi sinistro a giro sotto l’incrocio dei pali. Quel gol sui social avrebbe spaccato ma i social non c’erano. Non c’erano nemmeno anni prima quando col Bari segnò un gollasso alla Cremonese: tiro dal vertice dell’area che finì dritto all’incrocio dei pali. 

Il Livorno e quella coppia epica con Lucarelli

Igor a pallone sapeva giocare. Non era raffinatissimo ma neanche uno scarpone. E in area si faceva sentire. Colpiva di testa, aveva un gran tiro. La parentesi nel calcio metropolitano durò due anni. Un intermezzo alla Reggiana e poi la grande avventura a Livorno laddove aveva cominciato quindici anni prima. Era la stagione 99-2000. Arrivò che il Livorno era in Serie C. Se ne andò, e lasciò il calcio, sei anni dopo con i toscani in Serie A e salvi. 123 gol in sei stagioni. E l’ultima promozione, quella dalla B alla A, con un altro ariete al fianco: Cristiano Lucarelli con cui compose una coppia d’attacco epica per Livorno e non solo. In quella squadra per quattro anni compagno di squadra di Protti fu un certo Giorgio Chiellini un altro che dalla provincia poi il grande salto lo fece. Igor no. Ma questo non gli ha impedito di lasciare il segno. 

 

 


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