Giustizia, il governo all'attacco
Il governo vuole avere l’ultima parola sulla gestione della giustizia sportiva, un mondo che buona parte della politica considera inefficiente e che le federazioni rivendicano viceversa come un fiore all’occhiello di indipendenza e terzietà. Lo scontro era già palese nelle premesse di questo tentativo di riforma, ora rischia di diventare concretissimo alla luce del recente adeguamento del codice. Dopo mesi di riflessioni tra il Foro Italico e Palazzo Chigi - lo sport, con le sue eccellenze accademiche, è stato coinvolto - si è arrivati a una svolta forse un po’ nascosta nei meandri dei riferimenti normativi citati nel comunicato del Coni. E cioè alla proposta di nomina dei vertici del Collegio di Garanzia, la cosiddetta "Cassazione dello Sport", e della procura generale, in questo momento guidata dal prefetto Taucher (il suo mandato scadrà in autunno), non più «sentita» l’autorità vigilante bensì «d’intesa» con quest’ultima. Un passaggio sostanziale che stravolge la natura del coinvolgimento governativo: si passerà infatti da un parere non vincolante a una sorta di co-determinazione. Il Coni, tramite Giunta e Consiglio, formulerà una triade di nomi per ciascuna carica, sui quali l’Esecutivo potrà esercitare un parere di veto, esprimendo eventualmente una clausola di non gradimento. Tra gli addetti ai lavori c’è già chi parla di «influenza statale», mentre altri denunciano quella che sarebbe un’azione in contrasto con l’autonomia dell’ordinamento. Dopotutto, l’abitudine a sconfinare la politica ha dimostrato di averla, come confermato nei vari tentativi di commissariare la Figc prima del voto per Malagò.
Capitolo riforma: la battaglia è appena cominciata
RIFORMA. Il ministro Abodi la vede in modo diverso: ritiene infatti che questa e una serie di altre novità sulla procura generale - potrà esercitare le attività inquirenti nei confronti dei presidenti federali e dei consiglieri e, in caso di patteggiamenti pre-deferimento, avrà un parere considerato vincolante - siano soltanto il primo step di un progetto di riforma molto più ampio e necessario. Al momento, infatti, le procure federali e gli organi di giustizia endofederali (tribunale federale e corte d’appello) non sono stati toccati dalle modifiche se non in modo indiretto tramite il rafforzamento della procura Coni e nel passaggio che prevede l’obbligo di massimo due mandati nelle cariche. L’Esecutivo intende andare oltre. Continua a non piacere, ad esempio, il fatto che i procuratori e i giudici siano individuati su proposta dei presidenti. Il rischio, dicono, è che poi quest’ultimi finiscano per controllare chi fa attività inquirente o chi emette le sentenze. Sport e politica si sono spesso scontrati sul concetto di autonomia. La nuova agenzia governativa sui conti dei club professionistici che ha mandato in pensione Covisoc (calcio) e ComTeC (basket), per citare un caso, da una parte è stata vista come un’invasione di campo e di competenze e dall’altra come un modo per risolvere il problema della sostenibilità senza condizionamenti interni. Abodi ha sempre visto nel governo un ruolo «di garante» per mitigare quella che viene considerata un’indipendenza di facciata, ricordando i vari tentativi (falliti) dello sport di autoriformarsi. «Se dobbiamo essere corresponsabili, che almeno ci diano la possibilità di esercitare una funzione di controllo», sussurrano dal governo. D’altra parte, mettere in discussione la statura professionale di gran parte dei magistrati prestati allo sport è esercizio complesso: sono figure di altissimo profilo, apprezzati in tanti rami della giustizia. «Questa riforma rafforza il Coni e la sua autonomia», ha detto venerdì l’avvocato Conte, che ha lavorato alla rivisitazione del codice. Ma sono in tanti a pensarla in modo differente. La battaglia in punta di diritto è appena cominciata.
