© Getty Images Linari, il sogno inglese
Come un gatto dalle sette vite, Elena Linari nasce e rinasce continuamente. Quando sente che si sta spegnendo cerca nuova luce che illumini la passione e rimescoli la vita. Ha conosciuto il professionismo in Spagna, nell’Atletico Madrid, quando in Italia era solo un’ipotesi; poi, dopo una breve esperienza in Francia, è rinata nella Roma che, passate tre stagioni, ha lasciato, non più giovanissima, cercando linfa nuova per mantenersi la ragazzina che era, quella che sognava il grande calcio. L’età, 31 anni, è solo un dettaglio per una difensore arcigna, indefessa e determinata. In sfida con se stessa, non mette radici ma semina sempre e sempre rigermoglia. Non si accontenta mai, ricomincia ogni volta per non appassire. Così, addio alla Roma ed ennesima svolta in Inghilterra dove da quest’anno gioca con il London City Lionesses.
Elena com'è l'Inghilterra?
«Fredda fredda, e io non amo il freddo. È una bella sfida e anche un'opportunità a cui non potevo rinunciare e sono felicissima. Non me l'aspettavo: a trentun anni non è scontato che una squadra di uno dei campionati più belli d'Europa, ti chiami per crearti attorno un progetto. Mi sento veramente molto fortunata. Penso che tutto il lavoro fatto in questi anni mi stia ripagando».
Come si sente a questa età, all’apice o all’inizio della discesa della carriera?
«Forse la carriera di una calciatrice oggi non è lunga come dieci anni fa: perché c'è il ricambio, non perché non ce la possiamo fare. Io mi reputo una spugna. Voglio conoscere, sapere, chiedo, mi metto alla prova, mi stimolo. Sto cercando di migliorare. Anche per questo dico che mi sento ancora una ragazzina. Sto lavorando giorno e notte. Spesso da sola, su me stessa, come sempre e ancora di più. Qui ci sono persone a totale disposizione, al contrario forse di quanto purtroppo accade in Italia, almeno nel femminile».
Vuol dire che in Italia siamo lontani da certi modelli europei?
«In Italia purtroppo le difficoltà ci sono ancora, anche se si stanno facendo grandi passi che non voglio sminuire. So quanto Sara Gama, Chiara Marchitelli, Alice Parisi, nell'Associazione Italiana Calciatori e Calciatrici, hanno fatto con Umberto Calcagno per spingere il calcio femminile, e quanto la Federazione stia cercando di equipararci agli uomini, ma il gap con gli altri Paesi c’è, sia nel femminile sia nel maschile. Se vogliamo crescere, in Italia dobbiamo pagare il giusto le persone, dare loro quello che meritano. Invece ci sono lavoratori con stipendi non adeguati. E questo si riflette su noi atleti e atlete, che lavoriamo con il nostro corpo. Questa è la differenza maggiore. Io qui se ho bisogno di un professionista lo chiedo e la società me lo dà. In Italia questo non sempre è possibile».
Intende che pagava di tasca sua se voleva fare un allenamento individuale?
«Purtroppo sì, alla Roma era così, ma penso che succeda da tante altre parti. Non mi sono mai lamentata perché non cerco problemi, io cerco soluzioni, quindi se non mi dai quello che chiedo me lo vado a prendere. Li ho considerati investimenti su di me, anche se con i soldi del mio stipendio, che mi hanno portato dove sono adesso, non rimpiango e non rinnego niente. Qui vedo tanta prospettiva di miglioramento, tanto futuro, ma lasciare la Roma è stato difficile».
Dove si immagina dopo il calcio giocato?
«Vorrei poter rimanere in Inghilterra, non in dirigenza ma ancora dentro al campo. Fare l’allenatrice mi piacerebbe moltissimo. Se hai ambizioni e voglia di crescere, sicuramente il campionato inglese è il miglior posto per lavorare bene. Ma non voglio affrettare i tempi».
A livello mediatico in Inghilterra il calcio femminile ha voce?
«Beh, con Sky Sport, BBC, Youtube, la visibilità è enorme. Se ne parla continuamente».
In Italia le luci invece sono intermittenti, la Nazionale ora c’è ora non c’è. Dopo il vostro Europeo esaltante, con tanta emozione attorno a voi, si è giocato contro Giappone e Brasile di pomeriggio feriale a Como e Parma, un errore?
«Penso di sì. È normale che nessuno venga a vederti. Nemmeno le scuole calcio... Mi sono sentita affranta e dispiaciuta. Capisco però che aprire uno stadio grande comporti dei costi e vederlo vuoto è brutto. Le nazionali, quasi in ogni parte del mondo, hanno tanti tifosi, attirano molte persone, è un continuo parlare, si fanno spot televisivi, pubblicità. A noi ancora, se ci incontrano per strada, chiedono che nazionale siamo. Non ci conoscono. Questo è un problema».
Insomma, spenti i riflettori, finita la commozione, sparite?
«Non si è ancora imparato a cavalcare l'onda. Le cose sono difficili, certo, ma vanno create le basi per far sì che poi gli stadi non restino vuoti. La Roma ha fatto qualcosa di assurdo all'Olimpico contro il Barcellona (40 mila spettatori, record italiano nel femminile, ndr), però non ti puoi fermare lì, devi stuzzicare sempre le persone».
Cullarsi sugli eventi o i ricordi è un “vizio” tutto italiano?
«In Italia si vive di eventi. Vale anche per il maschile. Il Mondiale del 2006 per esempio è rimasto il Mondiale del 2006, senza seguito. Siamo scomparsi, e rischiamo di non qualificarci un'altra volta. Il calcio non sta bene, non è il femminile il problema, il crollo è generale. Dobbiamo smetterla di accontentarci. Bisogna essere ambiziosi nella vita».
Per fare il difensore, si deve essere cattivi?
«Cattivi è troppo, direi duri, decisi, determinati, soprattutto qui, dove l'aspetto fisico è predominante e determinante, devi far sentire la tua presenza».
È cambiato qualcosa nel suo modo di allenarsi?
«Ovviamente sì, è un campionato più fisico, con molti duelli. Il livello è alto e mi spinge a mettermi alla prova. So che mi devo dare il tempo di adattarmi. E benché non sia una persona capace di darsi tempo, sto imparando a farlo».
Si finisce mai di migliorare nella vita?
«Mai se sei umile e hai voglia di fare sempre meglio. Serve il giusto ambiente, sincero e onesto, che ti permetta di capire anche i minimi errori. La mia fortuna è di avere persone intorno che sanno come sono e mi fanno stare coi piedi per terra».
E chi sono queste persone?
«Dopo una partita ho un feedback immediato, quello di mia mamma che mi dice che sono stata la più brava e... la più bella. E poi quello oggettivo del babbo che mi trova un errore ogni 90 minuti, lo apprezzo, è uno stimolo per me, anche se qualche volta mi fa male, come quando so di aver sbagliato non c’è bisogno che me lo ribadisca! Però se mi dice che ho giocato bene, vuol dire veramente veramente bene».
Lei è molto legata a sua sorella Alessia, è ancora preoccupata che si senta meno rispetto a lei?
«In realtà il suo è un film molto più grande del mio. Si è laureata in ingegneria gestionale, lavora, è felicissima. Le ho sempre detto di non guardare me, la mia carriera, il mio stipendio. La mia vita è volatile, ridotta nel tempo, dipendo dai risultati e sulla loro onda devo vivere, e quando smetto chissà, non so... Per lavoro lei è venuta a Roma e questo ci ha permesso di ricreare quel rapporto che si era un po' perso. Ci siamo riavvicinate. Mi mancava moltissimo».
Qual è l’ultimo tatuaggio che ha fatto?
«Sono andata avanti con gli Aristogatti, sul polpaccio sinistro, tra i miei cartoni animati preferiti; mi rimanda a una bella storia, una bella vita. Continuerò poi con il braccio destro su cui racconto la mia vita, mi piacerebbe imprimere sulla pelle quello che Roma ha rappresentato per me: la rinascita. Roma mi ha permesso di ritrovarmi, di riapprezzare il calcio. Alla società e alla città sarò sempre grata».
Da due anni è fidanzata, la sua compagna è con lei a Londra?
«No, abbiamo deciso di provare a realizzarci a distanza. Quando sarà più difficile stare lontane, analizzeremo il tutto. Penso che anche in coppia si debba restare due entità distinte, complementari, che si compensano e si aiutano per diventare persone migliori. Finché si stanno realizzando i propri sogni, è giusto che ognuna segua la propria strada».
Ha desiderio di maternità?
«Non ci sono tutele né aiuti e diminuiscono le nascite... Per una omosessuale è tutto più complicato oltreché dispendioso. Non che non voglia un figlio, ma farlo nascere sapendo di metterlo in difficoltà mi fa paura».
E questo mondo le fa paura?
«Mi fa paura averne paura. Ma sono una positiva e so che dopo una tempesta c’è l’arcobaleno».
