© AS Roma via Getty Images Dragoni, i segreti della "piccola Messi"
C’è chi a quindici anni non si sente né carne né pesce, né bambina né donna. C’è chi a quindici anni non conosce il suo posto nel mondo, perché il mondo di oggi fa paura. E c’è Giulia Dragoni che a quindici anni, di cui undici di calcio addosso, sceglie la sua vita lasciando casa, l’Italia, le sicurezze, la famiglia e le amicizie, per andare a “lavorare” in Spagna, al Barcellona, con le giocatrici più forti del mondo. Il nostro gioiellino prezioso e talentuoso espatriato senza che ce ne accorgessimo, per accorgercene, che a poco più di sedici anni ha debuttato titolare in un Mondiale; l’artista dell’assist, ma con una sfrontata direzione verso la porta avversaria: la “piccola Messi”, la chiamano, e pensa che sia troppo. Ora di anni ne ha 19, e di quella ragazzina coraggiosa ha il viso senza trucco, al massimo un filo di mascara, che non si finge, è. Coi piedi per terra e un’idea precisa di sé e di quello che vuole divenire non si adagia né si accontenta. Ha passione e una consapevole incoscienza che non la fa tentennare nelle decisioni importanti. È abituata al lavoro duro e a oltranza fin da quando piccolissima dopo gli allenamenti con la squadra di maschi continuava col papà, per migliorarsi, perché il talento senza sudore non paga. Nella Roma capolista è determinante e anche in prestito, per ora, domani chissà: Giulia va dove la portano i suoi preziosi piedi e il cuore. Un cuore a forma di pallone che rotola da anni eppure soltanto all’inizio di una vita unica che è un romanzo. Giulia Dragoni, diciannove anni e già tre vite: Milano-Barcellona-Roma.
Tante vite, Giulia, a 19 anni?
«Ma no, è un’unica vita. A Milano ho lasciato la parte di me bambina. A Barcellona e Roma c’è quella che sta crescendo».
Com’è stato andare via di casa e di Paese a quindici anni?
«Nella scelta sono stata facilitata dalla non consapevolezza, dall’incoscienza dell’età. Ho perso qualche amicizia, è difficile mantenere rapporti se non ci si vive quotidianamente. Però, sto trovando persone speciali nel calcio, e sono contenta così. A Barcellona vivevo in Convitto, e dato che il Barça è una polisportiva c'erano ragazzi e ragazze di diversi sport, diverse culture, da tutte le parti del mondo, è stato molto bello conoscere, in questo sono poco milanese, al nord la gente è più fredda e formale, io invece sono una aperta».
Essere definita un talento è una responsabilità grossa?
«Sento di dover fare sempre meglio per meritare ancora di più questo aggettivo, però mi piace rimanere con i piedi per terra. Sono stata a contatto con le migliori giocatrici del mondo e so che per arrivare in un gruppo come quello bisogna lavorare tutti i giorni al 110% perché il 100% non basta».
Nemmeno il talento basta?
«Senza lavoro non va da nessuna parte».
Chi l’ha spinta verso il calcio?
«Mio fratello Niccolò, più grande di sei anni. Quando aveva 10 anni, più o meno, e io 4, mio papà aveva comprato ogni attrezzatura per farlo allenare. Niccolò però non aveva voglia, e allora ho iniziato io con papà. Anche la mamma è stata dalla mia parte, forse solo all'inizio un po' titubante. A 5 anni sono stata inserita con i maschi, e quando non mi allenavo con la squadra mi allenavo con mio padre. A lui piaceva aiutarmi a migliorare, ed era quello che volevo».
Chi sono i suoi miti?
«Messi e Ronaldinho che giocava sempre col sorriso e dava la sensazione di divertirsi».
“Piccola Messi”, le piace?
«Sì, ma fino a un certo punto, cerco di non farmi condizionare. Lui è un fuoriclasse, io no».
Non le hanno mai detto di essere una fuoriclasse?
«Me lo hanno detto, ma non mi piace montarmi la testa. Prendo il buono di quella parola e vado avanti».
Ha sacrificato la sua fanciullezza?
«Chiunque voglia giocare a calcio conosce i sacrifici che implica questa professione: io ho lasciato casa e famiglia prestissimo, ho tralasciato la vita extra campo, mi sono dovuta allenare sempre, tanto e forte, togliendo tempo alle amicizie, alle uscite. Sono cresciuta prima del tempo».
Si sente già grande?
«No, però mi sento abbastanza matura per la mia età».
Una calciatrice adolescente è più pronta, coraggiosa, autonoma rispetto a un coetano a cui si dà il tempo per “maturare”, perché?
«Una differenza di maturità, di consapevolezza, rispetto ai maschi della mia età la noto. Noi ragazze già a tredici-quattordici anni a livello mentale siamo un po’ più avanti dei nostri coetanei. Ma penso anche che siano due mondi completamente diversi, il calcio maschile è molto più grande e forse è per questo che vengono “protetti” i giovani. Io non so dire se sono stata protetta, sicuramente in qualche situazione mi hanno schermato».
Cos’è il calcio per Giulia Dragoni?
«Un lavoro... tra virgolette. Faccio quello che mi piace, che mi diverte, penso di essere molto fortunata».
Da una parte il debutto al Mondiale poco più che sedicenne, dall'altra l'infortunio prima dell'Europeo, due situazioni emotivamente molto forti, come le ha affrontate?
«Per il Mondiale è successo tutto velocemente. Non mi aspettavo né di essere convocata né di giocare titolare. Non avevo realizzato dove fossi. E forse per questo non sentivo né pressioni né ansia. Non avevo nulla da perdere, ho solo pensato a dare il massimo. L’Europeo, invece, mi ha imposto la scelta se operarmi o meno. È stata difficile. A 18 anni non potevo permettermi di compromettere la carriera tenendomi la caviglia com’era. Ero a un bivio, ho scelto la cosa più importante per il futuro, l’intervento, rinunciando all’Europeo».
Chi è la persona più vicina a cui racconta di sé, con cui si sfoga?
«Sicuramente mia mamma. Di calcio invece parlo col papà, che è un tipo un po’ particolare. Ultimamente ho imparato a tenerlo fuori dal campo e a parlarci solo quando è necessario. Per il resto il rapporto è rimasto normale, non è cambiato».
Intende dopo che a novembre scorso inveì contro mister Rossettini che la teneva in panchina? L’ha messa in difficoltà, in imbarazzo?
«Sì, sicuramente non mi ha fatto un favore, non gli ho parlato per diverse settimane. Adesso fa il tifoso e basta. Abbiamo risolto tutto, io gli ho spiegato, lui ha capito e mi ha chiesto scusa. Penso che il rapporto genitore-figlia possa andare oltre una cosa così».
È critico o le dice sempre brava?
«Mi critica, eccome! Ma lo fa in modo costruttivo per farmi migliorare».
Le piace più segnare o far segnare?
«Mi piace molto far segnare, perché so che rendo felice una compagna. Però fare gol è una sensazione bellissima: Evelyne Viens me ne ha fatti fare tanti».
A Roma vive da sola?
«No, vivo con Valentina Soggiu (portiera, ndr), che è poco più grande di me. Mi piace occuparmi della casa, sono una perfezionista amo avere tutto in ordine e curato».
Cosa porta con sé nella sua vita girovaga?
«Un peluche di scimmia che mi è stato regalato da una persona speciale, mi sta portando fortuna».
Scaramantica?
«No, anche se indosso sempre il polsino con la faccina e lo stesso top».
Ha tatuaggi?
«Sì, piccoli. Uno ha a che fare col calcio, “Ad maiora”, che vuol dire verso cose più grandi. Gli altri sono per la mia famiglia e per la mia amica e poi ne ho un altro che ho fatto dopo l’infortunio, “Amor fati” che significa accettare anche le cose brutte del processo perché sono parte di esso e imparare a trasformarle in energia e forza positiva per rendere meglio».
Sta studiando?
«Mi vorrei iscrivere alla facoltà di Lingua e Letteratura straniere, perché mi piacciono le culture diverse, i diversi approcci e modi di pensare. Parlo già tre lingue: italiano e spagnolo molto bene. L'inglese meno bene».
Per un futuro di là dal calcio?
«Adesso non so, sono troppo giovane. Potrei voler rimanere nel calcio oppure fare tutt'altro chissà».
Cosa fa oltre al pallone?
«Mi piace passeggiare, amo stare da sola; ascolto musica, un po’ di tutto, dipende dai momenti, e leggo, soprattutto “gialli”».
Con chi le piacerebbe palleggiare?
«Con Messi».
Chi sono le sue “idole”?
«Sono molto scontata, però avendole vissute nella quotidianità, dico Alexia Putellas, un'ispirazione per me, ma anche Patri Guijarro e Aitana Bonmatì sono “wow”. Tutti sanno che sono le calciatrici più forti del mondo, ma non tutti sanno che sono brave anche a livello umano: giocano nel Barcellona, hanno vinto Palloni d'Oro e Champions e sono persone normali, pure e semplici».
Hai mai giocato con le bambole?
«No. Mai, mai, mai, mai».
