Roma, 200 milioni sui giovani. Ma ora Gasperini vuole più colpi alla Malen
Se vincere a Roma è una strada in salita, farlo con un gruppo giovane è come scalare l’Everest a mani nude, con i bermuda e magari pure senza cappello. Provate a chiedere a Gasperini cosa pensa dei tanti giovani che continuano ad approdare a Trigoria: risponderebbe che gli piace da matti lavorare con loro, plasmandone il talento ogni giorno, ma poi aggiungerebbe pure - con una certa dose di preoccupazione - che il calore della piazza giallorossa e la sua scelta di salutare l’Atalanta dopo nove stagioni al top necessitano del sostegno di calciatori pronti a lottare e a competere subito per il vertice. «Pensavo a un gruppo Under 25, invece adesso siamo quasi Under 20. Quindi avremo una Primavera fortissima nelle finali», ha detto domenica notte, dopo il Milan, commetando l’acquisto di Venturino. Ironia tagliente. La stessa che lo ha spinto a rispondere così a un giornalista straniero che gli chiedeva del distacco dall’Inter cresciuto a 9 punti: «Siamo consapevoli del fallimento, ma ce la metteremo tutta per vincere lo scudetto. Abbiamo bisogno che l’Inter crolli». Chi conosce il suo temperamento, sa bene che Gasp in quel momento avrebbe voluto simbolicamente ribaltare il tavolo della sala conferenze. Eppure ha scelto la battuta sagace.
Il compromesso
Siccome l’esigenza è sempre parente stretta dell’ambizione, il tecnico sa bene che per puntare alle stelle - e non a vivacchiare - servono «colpi alla Malen». Dunque calciatori esperti, da gettare subito nella mischia, capaci di adattarsi in un paio d’allenamenti a schemi, movimenti e richieste tattiche. Solo che non sempre il mercato può trasformarsi nella sagra delle occasioni. Così, se da una parte la Roma cerca di assecondare le richieste del suo condottiero, dall’altra volge il proprio sguardo al domani con il chiaro intento di fare player trading. Tradotto: comprare a 1 e magari vendere a 2, realizzando le famose plusvalenze che fanno respirare il binacio. Da un anno e mezzo a questa parte, a Trigoria la musica è cambiata. Diciamo pure che la spesa monstre per Dovbyk - quasi 40 milioni - è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, convincendo la società che versare tutti quei soldi per un calciatore prossimo ai 30 anni (l’ucraino è arrivato a 27) è un rischio da non correre più, soprattutto quando si è sotto la lente d’ingrandimento dell’Uefa per il fair play finanziario. Friedkin ha dunque cominciato a mettere mano al portafogli soltanto per calciatori under 24. Nella stessa sessione in cui è stato acquistato l’ucraino, sono approdati a Trigoria i ventunenni Soulé e Dahl rispettivamente per 30 (26+4 di bonus) e 5,6 milioni, il ventitrenne Koné per 18, il ventiquattrenne Le Feé per altri 23 e il sedicenne Sangaré, operazione simile a quella che 12 mesi dopo avrebbe portato a Roma Arena, stessa età.
La strategia
La Roma ha iniziato a tesserare profili talmente giovani da anticipare la fisiologica esplosione tecnica che, normalmente, dovrebbe avvenire nei club di seconda fascia. Con i prezzi che girano, sembra una felice intuizione. Nel mercato invernale con Ranieri alla guida della squadra, si sono aggiunti Rensch (22 anni), Salah-Eddine (23) e da quando c’è Gasperini ecco Ghilardi, Ziolkowski, El Aynaoui, Zelezny, Ferguson, Wesley e da pochi giorni Robinio Vaz (18 anni) e Venturino (19), tutti in viaggio verso la Capitale in tenera età. Solo Ferguson (21) è in prestito con diritto di riscatto, tutti gli altri sono stati strappati alla concorrenza a suon di milioni. In totale oltre 199 per calciatori poco più - o poco meno - che teenager. E in questa cifra sono considerati soltanto i riscatti certi (quello di Ghilardi scatta al primo punto conquistato a febbraio, ad esempio). Sarebbero stati più di 200 se Ferguson avesse fatto breccia. Dopotutto Evan, in principio, era arrivato per restare: a Trigoria si dicevano infatti tutti convinti che fosse un affare il riscatto a 35 milioni di un calciatore valutato 100 prima dell’infortunio al crociato. Friedkin ha un’idea piuttosto chiara della Roma: vuole un sodalizio vincente, ma anche sostenibile. Che possa rappresentare un modello in Europa tra progettualità tecnica, infrastrutture, ricavi e plusvalenze, un po’ come lo è stato l’Atalanta. Anche per questa ragione ha voluto l’Archistar della Dea. Che è qui per valorizzare, certo, ma vorrebbe pure vincere.
