Quando la Champions fa magie fuori dal campo: lo studio che rivela come le finali trasformano le città© EPA

Quando la Champions fa magie fuori dal campo: lo studio che rivela come le finali trasformano le città

L'analisi dell'Università Gabriele d’Annunzio, dell'Università La Sapienza e di Eni racconta l'impatto positivo dell'ultimo atto del torneo continentale
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ROMA - La Champions League non è soltanto un trofeo che si alza al cielo o un coro che esplode al 90’. È un rito contemporaneo: migliaia di persone in viaggio, piazze che si riempiono, aeroporti che si accendono di sciarpe e colori, città che per qualche giorno diventano capitali mondiali del pallone. In quel momento, riflettori e telecamere sono puntati su uno stadio e su una città. Ma quando le luci dello stadio si spengono e i tifosi tornano a casa, cosa resta davvero? Secondo una ricerca condotta da Filippo Marchesani dell’Università “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara, Giuseppe Ceci della Sapienza Università di Roma e di Eni, resta molto più di quanto si possa immaginare. I due studiosi hanno analizzato undici città europee che hanno ospitato la finale di Champions dal 2012 al 2023, da Berlino a Madrid, passando per Lisbona, Milano, Cardiff, Parigi e Istanbul, per capire se l’evento calcistico più atteso dell’anno lasci un’impronta concreta sul tessuto urbano. E i risultati ribaltano molti luoghi comuni. Nel dibattito sugli eventi sportivi si teme spesso l’effetto “white elephant”, l’elefante bianco: infrastrutture costose costruite per un singolo evento e poi abbandonate, come accaduto dopo alcune Olimpiadi o Mondiali. Qui però succede l’opposto: la finale di Champions non genera cattedrali nel deserto, ma diventa un acceleratore di modernizzazione.

La finale spinge le città

La ricerca mostra che l’arrivo della finale spinge le città a correre più veloce sul piano tecnologico. Le amministrazioni potenziano le infrastrutture digitali, migliorano le connessioni ad alta velocità, introducono nuovi sistemi di monitoraggio e aggiornano le piattaforme informative. Tutto nasce dall’esigenza di gestire un evento ad altissima densità, con decine di migliaia di tifosi in movimento nello stesso momento. Ma, una volta installate, queste tecnologie restano, diventano parte stabile dell’infrastruttura urbana e continuano a essere utilizzate dai cittadini per anni. È un’eredità silenziosa, lontana dai riflettori del prepartita, ma concreta: dopo la finale le città risultano più connesse, più efficienti e più preparate. Un altro effetto riguarda la comunicazione digitale. Le settimane della finale costringono le città a comunicare di più e in modo più efficace: indicazioni sulla mobilità, aggiornamenti in tempo reale, informazioni per i tifosi stranieri, gestione degli affollamenti. Questo impegno porta spesso alla nascita di nuovi canali social istituzionali o al rafforzamento di quelli esistenti. La macchina comunicativa non si spegne quando la coppa lascia la città, ma continua a funzionare con strumenti potenziati. C’è invece un aspetto che si muove con più lentezza: i servizi digitali veri e propri, come certificati online o sportelli virtuali, non sembrano beneficiare direttamente dell’evento. Per questi servono strategie di lungo periodo, continuità amministrativa e investimenti dedicati. Tuttavia, proprio in questa apparente lentezza si nasconde una grande opportunità. I mega-eventi possono rappresentare un effettivo motore di crescita urbana, capace di diffondere conoscenze, competenze e buone pratiche tra città, rafforzando così l’impatto concreto sui cittadini e sulla vita della città, elementi che vanno oltre un singolo appuntamento sportivo, per quanto importante.

Mentre si gioca, la città cambia

In particolare, i dati mostrano un marcato incremento delle infrastrutture digitali, cresciute dal 18% al 45% nel periodo successivo all’evento, insieme a una maggiore ampiezza delle piattaforme social, con un uso più diversificato per sfruttare la visibilità e l’engagement catalizzati dall’evento. Al contrario, la crescita dei servizi digitali rimane più contenuta, con aumenti significativi solo in turismo e mobilità (dal 8% al 22%), che tuttavia rappresentano una quota ridotta del portafoglio complessivo di servizi digitali offerti a utenti e cittadini. Nel complesso, però, il messaggio è chiaro: mentre in campo si gioca per la gloria, fuori dal campo la città cambia. La finale di Champions si trasforma in un laboratorio urbano, una prova generale che obbliga a innovare, a migliorare, a rendere più fluida l’esperienza di chi vive e attraversa la città. Molte delle infrastrutture installate per un’unica notte di calcio restano operative per anni, contribuendo a rendere le città più moderne e funzionali. La prossima volta che una finale di Champions sbarca in una città europea, quindi, si potrà guardare oltre il risultato e le emozioni del campo. Perché, mentre i tifosi cantano e i giocatori inseguono la storia, l’innovazione corre sotto traccia. Una magia che, una volta tanto, dura molto più dei novanta min


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