Mancini, si accettano (altri) miracoli

Mancini, si accettano (altri) miracoli© Getty Images
Ivan Zazzaroni
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Non dimentichiamoci che si trattò di un autentico miracolo. Un trionfo meritatissimo: ma pur sempre un miracolo. Se oggi pensiamo di avere la nazionale più forte del Continente non abbiamo capito una benedetta mazza: a Euro 2020 siamo stati semplicemente i più bravi, probabilmente i più fortunati (lo stellone del Mancio), certamente i più uniti e incoscienti. «Vedi, non c’è coraggio e non c’è paura» spiegava Moravia, «ci sono soltanto coscienza e incoscienza. La coscienza è paura, l’incoscienza è coraggio».

E allora, ottantuno giorni dopo Italia-Svizzera 3-0, era il 16 di giugno ed era l’Olimpico, approfondiamo la nostra incoscienza. Noi siamo gli stessi che nelle ultime cinque uscite (Austria, Belgio, Spagna, Inghilterra e Bulgaria) abbiamo vinto una sola volta nei novanta minuti: contro Lukaku e quel che restava in piedi di De Bruyne. Tutti gli altri successi - strepitosi, emozionanti, indimenticabili - li abbiamo ottenuti ai supplementari o ai rigori, in un caso senza nemmeno accorgerci che la serie era finita (Donnarumma).

Noi siamo quelli che accusano ripetutamente d’ingratitudine e avidità il portiere che ci ha dato la coppa; che si reggono sempre su Bonucci e Chiellini; che non hanno ancora trovato un esterno destro migliore di Di Lorenzo o Florenzi; che senza Spinazzola si sentono orfani della sinistra. Abbiamo anche il centrocampo titolare più brevilineo e meno fisico del mondo (Barella, Jorginho, Verratti) e attaccanti che partono dall’1 e 63 di Insigne per salire fino all’1 e 75 di cima Chiesa. Il nostro centravanti, Immobile, è il più criticato del Paese poiché in campionato segna con una continuità esaltante mentre in azzurro balbetta spesso parlando - secondo i più - una lingua diversa da quella della squadra - le possibili alternative a Ciro, Belotti a parte, non hanno il posto fisso nelle rispettive squadre di club (Kean, Scamacca, Raspadori).

Noi siamo la Nazionale del palleggio, del corto, dei dialoghi scolpiti quanto fluidi, esprimiamo un calcio che fino al ritorno di Sarri non aveva riscontri in serie A. Altre selezioni hanno i fuoriclasse (Mbappé, Ronaldo, Kane, Lewandowski, Lukaku, De Bruyne, Pogba, Griezmann, Benzema, Kanté, Foden, Bruno Fernandes, de Ligt, Gnabry, Havertz, Hazard e Sergio Busquets i primi che mi vengono in mente) ma non se la passano meglio. Questo significa che Mancini sta facendo un lavoro fuori dal comune.

Stasera affrontiamo di nuovo la Svizzera: se riuscissimo a vincere saremmo praticamente in Qatar, oltrettutto con l’accompagnamento di un primato che soltanto tre anni avremmo considerato impossibile, oltre che provocatorio: 36 partite consecutive senza sconfitte.

So che è difficile, se non improprio, chiedere agli azzurri di spendere accenti e energie in chiave etico-sociale come abbiamo fatto noi, commentatori entusiasti delle loro imprese pronti a elevarle a livello patriottardo al settimo cielo; e tuttavia non credo che sia esagerato chiedergli di sentirsi di più - come noi li sentiamo - campioni di un’Europa che ci è costata 53 anni di attesa, edizioni umilianti, sofferenze inaudite, finché Wembley ha sancito la liberazione dagli incubi e l’orgoglio della vittoria. Ecco, non sia presa come critica, ma vorremmo che a Basilea tornassero in scena i Leoni di Wembley che vogliamo tanto salutare Leoni di Doha.

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