Italia, il fantasma c'è ancora ma la cura funziona

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Alessandro Barbano
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Il fantasma è una memoria da scacciare. Crudele come una lama sulla carne viva di una fragile Nazionale. Appare in mezzo alla ripresa e scatena venti minuti di autentico smarrimento, ma gli anticorpi di Spalletti bastano a metterlo in fuga. Cinque a due è il racconto di una guarigione difficile, ancora tutta da venire. La cura, però, funziona. Perché è vero che la Macedonia a tratti è imbarazzante, soprattutto in difesa. Ma è più o meno la stessa che ci ha buttato fuori dal Mondiale e che poi ci ha stregato con la punizione di Bardhi, fermandoci sul pari a Skopje. È l’Italia che non è la stessa. Più carattere, più chiarezza tattica, più coesione. Il resto può venire. Ma di fronte al rischio di restare perfino fuori dall’Europa, bisogna accontentarsi. È il guaritore Spalletti si contenta di constatare che il suo balsamo sta cauterizzando le ferite aperte. Piccole cicatrici crescono. E fanno un nuovo tessuto di fiducia, di intesa, anche se ancora c’è ruggine negli scambi e prevedibilità nel palleggio. È un’Italia convalescente, che si rialza sulle gambe dei suoi uomini più collaudati, come Jorginho, che bissa il flop sul rigore, ma amministra la mediana con l’esperienza e il tempismo migliori. Non sarà forse questa la squadra che a Leverkusen dovrà strappare almeno un punto all’Ucraina. Perché ancora un’Italia con una sua fisionomia definita e con una leadership riconosciuta non c’è. È tutto un cantiere, ma nella sua incompiutezza inizia a vedersi un ordine tattico e mentale. Il guaritore Spalletti pensa da architetto e amministra da geometra. Le sue ambizioni stanno in un cassetto, perché non è il tempo della fantasia. Che pure verrà.

L'Italia di Spalletti

Ci sono molti nodi da sciogliere. Mancini è caduto nella transizione tra la generazione dei campioni di Wembley e quella senza forma né smalto degli eredi, che invano ha tentato di costruire in due anni di fughe in avanti e ritirate poco strategiche. Il nuovo ct avanza con maggior cautela. Mescola vecchio e nuovo, esperienza e gambe fresche, con la ponderazione di chi sa che un’altra esclusione non sarebbe sostenibile per l’intero sistema calcistico nazionale. La sua non è ancora la squadra di Zaniolo, anche perché Zaniolo, se perde la palla cadendo in un contrasto, dimentica di rialzarsi. E finisce ipnotizzato dai fischi romanisti dell’Olimpico. Però è già la Nazionale di Chiesa e Raspadori, concreti come si deve. E nessuno storca il naso se c’è ancora bisogno di Jorginho, di Acerbi, di Bonaventura, di Darmian, di El Shaarawy e di tutti quelli che, almeno sulla carta, non tirano la gamba indietro. Certo, poi accade che anche Acerbi e Gatti non facciano là dietro miglior figura dei macedoni, rinunciando a saltare sul primo gol di Atanasov e addirittura scansandosi maldestramente sul secondo. Però dove li prende il ct due centrali migliori? Questo per dire che la selezione dei talenti è ancora un gioco delle tre carte. Il rischio di mescolarle e finire per dare sempre le stesse è altissimo. Perciò il cambiamento deve essere anzitutto mentale. E qui piace pensare che l’animo spiritato di Spalletti puote ancora ciò che si vuole. A giudicare dalla reazione finale sembrerebbe che sia così. Ma è un’ipotesi che lunedì avrà la sua verifica. Perché a Leverkusen il fantasma dovrà restare alla larga


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