Italia, non perdiamo la fiducia

Leggi il commento sulla squadra di Gattuso dopo il ko contro la Norvegia
Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

4 min

Pubblicato il 17.11.2025, 09:42

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Ci stava piacendo l’Italia. Ma eravamo sorpresi a guardare la Norvegia. Sette vittorie su sette nel girone, trentatre gol segnati, miglior attacco delle qualificazioni europee, ma a Milano non ne aveva voglia. O forse aveva calcolato tutto, dall’alto del suo strapotere fisico, atletico e tecnico. Per un tempo intero ha lasciato agli azzurri il gioco e il risultato. Poi è tornata negli spogliatoi e quando è riaffiorata sull’erba fradicia di San Siro ha ripreso le sue mostruose sembianze. E’ più forte di noi, molto più forte di noi, troppo più forte di noi, lo sapevamo, lo avevamo capito bene a Oslo e ne eravamo convinti già prima di ieri quando, nel secondo tempo, è bastato che alzasse il ritmo, aumentasse la pressione e mostrasse il ghigno cattivo per spingere indietro la Nazionale e segnare a raffica. Stavolta i gol sono saliti a quattro. La Norvegia è come uno tsunami, arriva tutta insieme e travolge chiunque. Ha chiuso il girone con 37 gol in 8 partite, quasi cinque ogni 90 minuti. Se sono di un altro pianeta, non arrivano da Marte, ma da Plutone. Per noi sono troppo, si sa, ma negli States anche Francia, Spagna, Argentina e Brasile dovranno stare attente a questi plutoniani. Dava fastidio a Haaland e compagni ritrovarsi a fine girone accanto all’Italia, non volevano superarla solo per la differenza-reti. Volevano l’exploit, volevano tutto. Ci hanno tolto l’iniziativa, ci hanno spinto fuori partita, dopo averci restituito un sorriso (nel primo tempo) ci hanno riportato subito alla nostra dimensione. Il bello (il brutto per noi) è che lo hanno fatto con una naturalezza da far paura, rispondendo solo alle loro volontà, quasi senza tener conto dell’avversario, del risultato di svantaggio e del campo in trasferta. Prendiamo proprio Haaland: zero tiri nel primo tempo, ostaggio di Mancini, e poi un demonio nella ripresa con un’altra doppietta. L’Italia ha giocato bene per 45 minuti, ha attaccato con qualità e intelligenza sfruttando l’unico difetto tattico dei norvegesi, la linea a quattro sempre molto stretta. Così Bastoni-Dimarco a sinistra e Di Lorenzo-Politano a destra hanno messo in crisi la difesa norvegese grazie ai continui e precisi cambi-gioco di Locatelli e Mancini. Prendete questa considerazione e capovolgetela nel secondo tempo, quando è stato buio pesto per Politano e Di Lorenzo e di là per Bastoni. Era il primo a vversario di spessore della gestione-Gattuso, che prima di questa batosta aveva infilato cinque vittorie su cinque. Si è fermato contro i mostri di Norvegia, proprio come era capitato al suo predecessore. Oslo c’era rimasta qui, come una spina in gola, ora le spine sono diventate due. E fanno male.

Italia, missione fiducia 

Gattuso dovrà lavorare sulla testa di questa squadra, non dovrà permettere agli azzurri di perdere altra fiducia, altra autostima. Ci aspettano i playoff, la partita con la Norvegia, come lo era stata quella in Moldavia, era diventata un’amichevole. Finita male, malissimo per noi, ma non è proprio il caso di abbattersi adesso. E poi uno spunto positivo c’è stato: a San Siro si è confermato quel ragazzone che fa il centravanti, vent’anni, 191 centimetri, 79 chili, al terzo gol in cinque presenze con la Nazionale. Pio Esposito è il nostro futuro. Ora ne abbiamo tre di centravanti, anche se senza troppi sorrisi possiamo ripartire da qui.

 

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