L’Italia e la scelta del ct: peccato
Fino a ieri sera Giovanni Malagò non aveva ancora parlato col ct designato non da lui ma da Paolo Maldini - quindi niente durata dell’accordo e niente cifre -: la durissima reazione dell’opinione pubblica alla conferma della preferenza caduta su Pirlo l’ha decisamente spiazzato. Il presidente si è ritrovato di fronte a un bivio: confermare la decisione del nuovo direttore tecnico e assumersene, per coerenza e ruolo, la responsabilità, oppure tornare sull’allenatore preferito, la sua scelta originaria, Mancini, e rimettere in discussione tutto.
Inseguendo la mediaticità (Maldini era il perfetto frontman suggerito dai club) Malagò s’è incartato di brutto: non a caso ha bruciato oltre trenta giorni di lavoro per arrivare a un progetto che tutto sommato non lo convince in pieno.
Non discuto la scelta di Pirlo: lo stanno già facendo altri. Ne ho però individuata l’origine che è generazionale: se avesse potuto, Maldini avrebbe indicato - per gusti ed età - De Rossi o Grosso, entrambi sotto contratto.
Oggi ci saranno forse altre riflessioni, altri dubbi, nel più estremo dei casi un dietrofront e a quel punto l’ennesima frattura.
Insisto nel ripetere che con i club in queste condizioni, affamati di soldi, piegati sul trading di stranieri eppure arroganti al punto da voler imporre le proprie scelte alla federazione, la Nazionale non può andare da nessuna parte. Aggiungo che se è servito oltre un mese per arrivare a Pirlo, dopo aver messo in fila Conte, Mancini, Baldini, Ancelotti (sotto contratto) e addirittura Guardiola (un grottesco viaggio dell’illusione) significa che la nostra capacità di progettazione resta inesistente, oltre che condizionata da umori e interessi contrari. Peccato.
