Il Mondiale e il vento della libertà

Il Mondiale e il vento della libertà© Getty Images
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Alessandro Barbano
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I numeri di Messi, Ronaldo, Neymar e Mbappé sull’erbetta perfetta degli otto nuovissimi stadi di Doha non basteranno a far avanzare la storia, ma di certo asseconderanno il cammino della civiltà. Il grande calcio che oggi sbarca in Medioriente non può da solo voltare i feroci regimi arabi in democrazie, ma farà breccia al vento della libertà occidentale, che da tempo ispira la disperata fantasia di ragazze e ragazzi afghani, iraniani, thailandesi, cinesi e, presto, c’è da scommettere, qatarioti. 

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Questo per dire che le recriminazioni sul Mondiale che non si doveva fare, perché figlio di una mega corruzione, o perché oltraggio ai diritti umani, lasciano il tempo che trovano. La capacità di contagio virtuoso che lo sport porta con sé sopravanza le migliori ragioni di principio. Ci sono pochi modi per contrastare l’ostinata ottusità di teocrati e autocrati e nessuno quanto gli Europei lo tocca con mano in queste settimane, constatando che la coraggiosa resistenza ucraina è l’unica vera fonte di speranza per la pace. Ma lo sport è un’arma più efficace quando è offerta in dono al nemico. Il messaggio di riscatto e di inclusione che il calcio, invenzione della cultura occidentale, invia in ogni parte del pianeta può scardinare le arcaiche fortificazioni sociali che fermano il tempo tra Medioriente e Asia. E chissà che non sarà anche merito del pallone se, prima o poi, la storia da queste parti del mondo tornerà a mettersi in connessione con la civiltà. 

Per questo non ci resta che archiviare prudenze e pregiudizi, e tuffarci nel prodigio che si ricompone da stasera sotto i nostri occhi. Ci aspetta uno spettacolo nuovo, poiché il torneo che s’inaugura con Qatar-Ecuador chiude un ciclo generazionale segnato dal dualismo tra due campioni che hanno fatto la storia sportiva di tre lustri: Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Che siano ancora o no protagonisti e determinanti – e si può scommettere anche di sì – è certo che il Mondiale segnerà un passaggio di testimone a nuove leadership. Toccherà a Pedri o piuttosto a Vinicius Junior, a Bellingham o piuttosto a Leão? La selezione naturale tra predestinati non esclude che all’appuntamento con la storia si aggiungano campioni dal percorso più travagliato, ma non per questo meno brillante. E tra questi c’è senz’altro Paulo Dybala, la cui vigilia in panchina può mescolare temporaneamente le carte, ma non precludere una nuova grande occasione. L’argentino è il nostro inviato speciale ai giochi di Doha. Dopo un decennio di magie dispensate in Italia, chiunque ami il calcio ama Dybala. Anche se non tifa oggi per la Roma e ieri per la Juve. Questa consonanza, unita alla fratellanza civile che lega gli italiani agli argentini, spiega la preferenza di pubblico e addetti ai lavori per la Nazionale di Scaloni. Da stasera siamo un po’ tutti argentini

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D’altra parte, la dieta sportiva degli italiani è magra, come impongono i tempi. L’amichevole con l’Austria, in discutibile coincidenza temporale con l’esordio qatariota, suona come una medicina amarissima in una convalescenza che è appena iniziata e che, comunque vada, si annuncia lunga. Tanto vale abbandonarci all’illusione di essere la squadra che ha più fantasia e più classe per portare a casa la Coppa. Il caso vuole che questo identikit coincida proprio con la Seleccion albiceleste. E allora un Mondiale da sogno può giustificare un temporaneo prestito d’identità sportiva. 
Ci sono molte ragioni per essere ottimisti sul successo della manifestazione. La prima è logistica: le 64 partite si giocano tutte in una stessa città-stadio, fornita di otto diversi impianti nella stessa area metropolitana, evitando agli atleti onerosi trasferimenti e consentendo ai media di portarci con le loro telecamere e i loro microfoni in un’unica grande piazza sportiva. La seconda ragione è climatica: l’autunno qatariota è più mite del luglio russo o brasiliano delle passate edizioni. La terza e ultima ragione è atletica: i campioni che puntano alla Coppa giocano quasi tutti nelle leghe top europee e arrivano ai giochi allenati da tre mesi di campionato ma non stremati da un’intera stagione. È una garanzia per la qualità del gioco che vedremo. Quattro grandi partite al giorno toglieranno l’ansia dello scudetto di torno, o almeno la renderanno più gestibile. Buona visione a tutti

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