© EPA Un Mondiale contro natura
Il mio primo ricordo mondiale è Italia-Corea del Nord 0-1, Middlesbrough 1966, un inizio incoraggiante direi. Avevo otto anni. Di fronte al televisore in bianco e nero sedevo alle spalle di mia zia Oriana, quella bella, e del suo fidanzato di allora del quale non ho mai saputo il nome, solo il soprannome: Filucco. La voce di Carosio raccontava senza nessuna inflessione: "Tutti si impegnano al massimo, ma lo sforzo per adesso è vano" e a casa tifavamo per il Bologna e per Giacomino Bulgarelli, il mio preferito per molti decenni. Gli saltò un ginocchio dopo mezz’ora, provò a rientrare fasciato come un reduce dal fronte e poi, in un calcio che non prevedeva sostituzioni, in dieci per un’ora, andammo a casa: "L’Italia è eliminata dall’ottava edizione della coppa Rimet". Carosio disse così e ci ritrovammo in Messico.
Mi addormentai durante Italia-Germania quattro a tre, raccontò mio padre: "Aveva appena segnato Schnellinger". Non l’ho mai messo in discussione. Da allora, passando per i vaffanculo di Chinaglia, il Mondiale opaco, ambiguo, moralmente criminoso dei generali argentini e i lampi di un’Italia 1978 che ci avrebbe fatto piangere di gioia quattro anni dopo, ho seguito da appassionato spettatore televisivo e spesso da inviato ogni singolo Mondiale.
Siamo nel 2026. Quindi ho messo la sveglia in piena notte. Mi sono fatto forza, ho fatto leva sul mio lavoro. Mi sono inventato simpatie, appartenenze, pallide ragioni per fare il verso a un amore, un giorno con Vozinha e l’altro con il Senegal. Di tifare, di tifare davvero, come sappiamo, non c’è modo da dodici anni. Ho recitato, ma poi la maschera è venuta giù.
Per la prima volta in sessant’anni ho detestato il Mondiale di calcio. Avevo 104 partite, non ho scritto una sola riga. Se non sul disastro politico. La coppa dell’Arroganza, delle regole cambiate in corsa, dei rigori non dati, dei cartellini tolti per regio decreto, degli arbitri somali rimandati a casa senza visto, delle perquisizioni indebite sulle piste dell’aeroporto, delle squadre non ritenute conformi fatte viaggiare sulla cartina per migliaia di chilometri, dei selfie a pagamento, Il Mondiale da Satyricon, il giocattolo privato di Infantino e di Trump, in una parola, ha imposto e preteso, preteso e imposto, fate voi, il servilismo e senza faticare troppo l’ha ottenuto perché, mi viene da dire, non è la stampa a essere irrilevante, ma proprio il pensiero.
Siamo diventati pubblico televisivo, numero, merce. Possibilmente muta. Avere un’idea in un regime in fondo non è consentito. Quindi meglio allinearsi, consultare il prezzario, vendersi, gettarsi senza paracadute nel cielo del ridicolo. Brani scelti dello squalificante omaggio del presidente della Fifa a Trump in conferenza stampa: "Non ha bisogno di complimenti, ma senza di lei questa Coppa del Mondo non avrebbe avuto un successo così incredibile… Non è solo la più grande Coppa del Mondo di tutti i tempi, ma il più grande evento sociale e culturale che l’umanità abbia mai visto".
Giudicate voi. Come avrete già giudicato il tristissimo spettacolo che il Mondiale club dello scorso anno, a chiunque abbia avuto la sfortuna di cadere nella rete, ha restituito. Perché questo è l’effetto che fa questo calcio. Allontana le persone. Sacrifica il gioco. Ne trasforma la natura.
Di Usa 2026 non mi resta nulla: non un’emozione, un’esultanza, un sorriso. Una cosa in verità resta, la nausea. Ha un sapore amaro, la nausea. Fa vergognare per gli altri, al posto loro. Ci vergogniamo noi, allora, al posto dello zelante funzionario che ha deciso di estromettere l’inviato della Gazzetta dello Sport Filippo Maria Ricci dalla finale. Accredito revocato, una penosa giustificazione da overbooking, la verità nei suoi articoli, molto critici. Alle ore 20, sul sito del suo giornale, il suo pezzo c’è. La notizia della sua messa al bando invece devi cercarla altrove.
PS. Il Dio del calcio s’è voluto comunque vendicare consegnando la coppa alla Spagna di Pedro Sánchez, il governo europeo che con i suoi no ha sfidato più volte l’arroganza di Trump.
