In Serie A troppi infortuni: ce ne sono di più che in Premier! E il numero in sei anni è clamoroso

L'analisi dei dati nel nostro campionato parla chiaro, nonostante in Inghilterra si giochi a velocità doppia: tutti i dettagli
Giorgio Marota
6 min

ROMA - Cadono come foglie d’autunno in Serie A, il torneo delle fragilità fisiche abituato ormai a contare più lesioni che gol. Il nostro campionato ha più infortuni della Premier League, l’Eldorado del pallone in cui si va a intensità doppia, dove le squadre e i calciatori giocano mediamente un numero più alto di partite a causa della doppia coppa nazionale e di un impegno maggiore dei club in Europa (oltre che con le nazionali) e in cui le tecnologie più avanzate registrano i parametri atletici migliori al mondo. Ma rispetto agli inglesi noi italiani siamo più bravi nell’ottimizzare i tempi di recupero. Il merito, probabilmente, è degli staff medici e del personale specializzato nei recuperi dai vari incidenti. Nella cura e nella ricerca, si sa, siamo da sempre all’avanguardia; mentre nella prevenzione facciamo acqua da molte parti. Basterebbe osservare gli altri per imparare: in Europa, grazie allo studio dei dati, è pratica ormai diffusa fermare i calciatori poco prima che i muscoli facciano crac.  

Il verdetto dei numeri

Grazie ai numeri inediti ed esclusivi forniti dalla piattaforma Noisefeed, oggi siamo in grado di mappare la situazione degli infortuni in Europa nelle ultime 6 stagioni. È un quadro drammatico per la salute degli atleti. In Premier League, ad esempio, per ogni ko si sta fuori in media 28 giorni: quasi un mese senza calcio, pagato a peso d’oro dalle società in termini di stipendi e mancato utilizzo di un bene immateriale. Da noi questa cifra scende a 23 giorni, dunque tre settimane abbondanti. Come detto, però, in Italia sovrastiamo i britannici nel numero complessivo di stop: 6.426 infortuni negli ultimi 6 anni contro 6.289, con cento infortuni in più in Serie A nell’ultima stagione. Soltanto la Germania ci batte in quantità.  

Le partite saltate dai calciatori

Eppure in Inghilterra gli atleti perdono un numero maggiore di partite, addirittura 20.354 nelle ultime 5 stagioni contando tutte le assenze. Il massimo livello italiano si attesta a 16.549 match saltati dal 2020-21 e supera di gran lunga i dati di assenza dal campo dei tesserati impegnati in Bundesliga, in Liga e in Ligue1. Il picco è stato raggiunto nella stagione 2021-22, quella con 3.586 match non disputati dai calciatori delle 20 di A a causa dei molteplici stop&go. In questa annata disgraziata per il nostro calcio sono serviti 29.767 giorni di recupero e il totale delle problematiche di natura muscolare o traumatica è salito a 1.340. Dopo la pandemia, evidentemente, qualcosa dev’essere andato storto. L’anno dei record è però quello che ci siamo appena lasciati alle spalle. Nel 2024-25, per la prima volta, in Serie A è stata infatti superata la soglia dei 30 mila giorni in infermeria, con una media di recupero da ciascun infortunio di 27 giorni. Ai ritmi in cui si gioca nelle grandi squadre, questo significa dalle 4 alle 8 partite viste dalla tv senza poter aiutare i compagni tra campionato, coppe e nazionali. Nella passata stagione da noi è stato raggiunto anche il massimo di infortuni gravi, cioè quelli che prevedono un periodo di riabilitazione di almeno due mesi: lesioni di medio-alto grado, quindi, crociati ko o legamenti che saltano. Sono stati 108 gli infortuni di questo tipo, quasi il 10% del totale. Un’enormità. E la tendenza è rimasta pressoché identica: i guai di De Bruyne, Immobile, Dossena, Kouamé, Suslov e Lukaku, solo per citarne alcuni, hanno privato e continueranno a privare i club di pedine fondamentali per molto tempo. 

Colpe e cause

Più in generale, l’allarme è europeo. E le colpe, come sempre, hanno tanti padri. Ad esempio, la necessità di affidarsi sempre agli stessi calciatori per mancanza di alternative espone i titolari a rischi maggiori, così come le preparazioni che si trasformano in tournée non aiutano certamente i muscoli a rafforzarsi. Durante la stagione, poi, gli atleti sono costretti a viaggi transoceanici per giocare con le società (Milan-Como a Perth è un esempio che farà tendenza) o con le nazionali. Sulla moltiplicazione del numero di partite, poi, è in atto una vera e propria disputa politica tra Fifa e Uefa: l’intervento di Infantino sul nuovo Mondiale per Club e sulla nuova rassegna iridata a 48 partecipanti è coinciso con l’introduzione del formato extralarge di Champions, Europa League e Conference voluto da Ceferin anche per rispondere alle esigenze dei sostenitori della Superlega. In questa analisi va certamente menzionato il leggero calo degli infortuni, riscontrabile nei dati Noisefeed, che quasi tutti i campionati hanno registrato nella stagione del Mondiale in Qatar, la 2022-23. Chi è rimasto a casa ha potuto beneficiare di una sosta invernale che, evidentemente, ha permesso di respirare e di allenarsi con ritmi più umani. In Serie A quell’anno ci sono stati 160 infortuni in meno della stagione precedente. 


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