Allegri e Spalletti vincono più di tutti in Serie A: i numeri oltre i pregiudizi

Max e Lucio uniti dall’esperienza, ma disegnati su sponde opposte per la banalizzazione ideologica del calcio
Massimiliano Gallo
6 min

Allegri e Spalletti. Il rapporto tra i due è complesso da decifrare. Nel racconto del calcio sono disegnati su sponde opposte. È il frutto della banalizzazione ideologica che caratterizza il pallone dei giorni nostri. A unirli, però, ci sono elementi non secondari. Innanzitutto l’anzianità. E di conseguenza la conoscenza calcistica, che abbonda in entrambi. Il risultato è la solidità. Sono due tecnici con le spalle larghe. Che ne hanno viste e affrontate tante. È raro, per non dire impossibile, che possano naufragare quando sono alla guida di un progetto tecnico. A Spalletti probabilmente è successo solo con la Nazionale. Ma era una situazione diversa oltre che complessa. Non c’era la quotidianità. Perché è nel giorno per giorno che lui fa la differenza, che entra nella testa dei calciatori. Luciano è tecnico che la sa lunga. Lo ha confermato alla Juventus dove ha preso una squadra in disarmo, profondamente scossa dagli uragani Thiago Motta, Giuntoli, Tudor. E l’ha rimessa in sesto. Da solo e senza l’aiuto del mercato. Con il lavoro, l’intelligenza calcistica e la fantasia. Era da Allegri e Conte che la Torino bianconera non aveva in panchina un tecnico così centrato. Uno di quei gatti che il topo lo mangia sempre. Proprio come Max.

Allegri e Spalletti, i precedenti

Sono tre anni che i due non si incrociano. L’ultima fu allo Stadium quando il Napoli di Spalletti si cucì sulla maglia un altro pezzettino di scudetto. Nella memoria di tanti è rimasta più impressa la penultima: al Maradona la sera in cui Kvaratskhelia e Osimhen fecero a fette e sommersero di gol (cinque) la Juventus di Allegri. A fine partita il toscano di Certaldo non si distinse certo per eleganza nel rincorrere l’avversario di una vita per una plateale stretta di mano. Un episodio poco comprensibile senza conoscere l’antefatto. Che affonda le radici nella reazione stizzita di Max l’anno prima, sempre a Napoli, dopo una sconfitta. Quando nello spogliatoio lo incrociò e gli urlò: “Ti devi vergognare, protesti sempre”. Cose di campo, come ama dire il livornese.

Il destino di Allegri e Spalletti

Non dimenticano, nessuno dei due. Come i duellanti di Conrad. Da commissario tecnico della Nazionale, una delle prime uscite televisive di Spalletti fu quasi tutta incentrata sul concetto che il calcio non è affatto semplice. Inutile ricordare chi fosse il destinatario di quella lectio. Ma queste sono le schermaglie. La sostanza è che gli allenatori robusti si riconoscono anche se hanno idee diverse e magari non si amano. Altrimenti Allegri non avrebbe mai fatto il nome di Spalletti in una delle tante conversazioni-corteggiamenti che De Laurentiis da sempre intrattiene con lui. Max non si è mai incrociato col Napoli per una serie di circostanze. In quella occasione, però, offrì il rimedio al presidente: «il nome giusto è Spalletti». Non si sbagliò. 

Il sentimento

Provando a guardare Milan-Juventus dalla parte del livornese, il pensiero sarà rivolto più alla tribuna che alla panchina bianconera. “Il modo ancora m’offende” avrebbe detto Dante ricordando come la Juventus di Elkann lo mise alla porta, facendogli trovare Thiago Motta sul pianerottolo dopo che Max aveva retto la baracca col mare in burrasca tra plusvalenze e punti di penalizzazione.

È vero che un pareggio domani sera non scontenterebbe nessuno: una riedizione di “meglio di due feriti che un morto” brano che tanti anni fa Buffon portò a Sanremo. Ma certi stati d’animo non si dimenticano. Non si vive di soli calcoli. L’unica cosa certa è che, nonostante la distanza, la stretta di mano tra i due allenatori prima della partita non sarà all’insegna dell’ipocrisia.


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