Perché partecipare alla Champions non basta: per guadagnare bisogna andare avanti
Nell’eterna disputa tra gioco e risultato, tra forma e sostanza, tra estetica e senso pratico, la Champions mette tutti d’accordo. È il luogo dove si confrontano le migliori stelle d’Europa, cioè del mondo, ma è anche la competizione che più di tutte esaspera il valore del risultato. Perché qui, come in nessun altro torneo, ogni gol, ogni punto e ogni vittoria si traducono in un obiettivo economico che mette la performance sportiva, il risultato, davanti a tutto.
Quanto vale l'ingresso in Champions League
Milan, Roma, Como e Juve si giocano in novanta minuti una bella fetta di futuro e un incasso stimabile tra i 50 e i 70 milioni di euro, altro che le briciole dell’Europa League. Eppure, proprio per l’assunto di partenza sul valore economico di ogni singolo risultato, la semplice qualificazione alla Champions non può bastare più: i soldi veri vanno conquistati sul campo, con un cammino che preveda almeno l’approdo agli ottavi di finale. Tenendo presente un concetto chiave: i risultati di oggi influenzeranno anche la divisione dei ricavi delle edizioni successive. Le comparsate servono a poco.
Champions League, come viene distribuito il montepremi
La Uefa, diciamo la verità, ci aveva abituato male. Con i precedenti format, il montepremi veniva distribuito in larga parte secondo i criteri del market pool: una metà dei soldi in base alla posizione di classifica in campionato, l’altra metà in base a chi fra le italiane giocava più partite nel torneo. Insomma, non serviva neanche andare tanto lontano per massimizzare i ricavi, bastava gufare le altre. Tanto che qualche presidente teorizzò il delitto perfetto: arrivare terzi nel girone, prendere i soldi e poi andare a giocare nel tabellone di Europa League con qualche speranza in più di arrivare in fondo.
Oggi avviene esattamente l’inverso. La maggior parte del montepremi è distribuito in base alle performance: bonus per vittorie e pareggi, ma anche per ogni singola posizione più alta in classifica e ovviamente per i passaggi ai turni successivi. Ma anche nella distribuzione dei premi commerciali i risultati contano, eccome, visto che entrano in gioco il ranking Uefa classico (5 anni) e quello storico (10 anni) così come il numero di partecipazioni alla fase a gironi o league phase nelle precedenti cinque stagioni. Dunque un premio fedeltà per chi frequenta certi giri con continuità.
In definitiva, per fare i soldi servono i risultati. E per fare i risultati, servono gli investimenti per poter essere realmente competitivi anche in Europa. Alla festa Champions non basta farsi invitare, bisogna anche ballare.
