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Ilicic dalla parte di chi soffre

Ilicic dalla parte di chi soffre
© Getty Images

Guardatelo bene. Non adesso, che è diventato invisibile, guardatelo nei giorni in cui il mondo intero lo celebrava e tutto sembrava ridergli intorno, ditemi se l’avete mai visto per un secondo aprire la ruota del pavone o mostrare qualcosa che somigliasse, se non all’euforia di essere Cristiano Ronaldo, almeno al piacere di essere Josip Ilicic. Senza arrivare agli estremi di Lombroso, che ha trasformato un’intuizione fisiognomica in una teoria risibile per quanto smaniosa di diventare un dogma, i volti raccontano molto, se non tutto. Non di quello che sei, ma certamente di quello che sei diventato.

Quello di Josip è un volto appeso a una malinconia vicina allo spavento. Qualcosa che ha visto, che ha percepito, che solo lui sa, e forse nemmeno lui sa. È il volto che resta dopo uno o più insulti che stanno nella parte più irraccontabile della sua biografia. La palla al piede che ha bisogno di un campo di calcio per diventare piuma e svolazzo.

Nel bla-bla della vita liofilizzata, plastificata, dunque negata, il calciatore di successo che soffre, senza apostrofo, è un paradosso paragonabile a quello di una statua di plastica che si dà fuoco perché ha scoperto un giorno di non essere riciclabile. Ilicic che non partecipa alla sua festa promessa, la consacrazione Champions, è l’attore che va a pesca con i parenti il giorno in cui, forse, vincerà l’Oscar. L’altro bla-bla imperversante, i calciatori che non avrebbero un’anima. Ce l’hanno a tal punto che passano la vita a diventare un luogo comune per scansare la fatica di averne una. Si fingono e sembrano intangibili, salvo andare in pezzi al primo scroscio di vita.

Non tutti e non certo Josip. Nella sua vita, a quanto risulta, non passa da ieri il vascello fantasma, che chiamano “male oscuro” perché non si sa da dove viene, perché viene e dove andrà. Fantasmi, già. Josip Ilicic sa di che si tratta. Mai stato un allegrone. Eufemismo. Sempre stato un solitario. Anche quando, a vent’anni, arriva a Palermo, indovinato da Walter Sabatini, e mostra subito il suo calcio speciale. Parla poco e sorride meno. Zero tendenza al rumore consolatorio della socialità. I compagni li rispetta, ma non li cerca. Non è migliorato col tempo.

Bergamo lo consacra gigante del calcio, ma non inganna che i suoi piedi, per quanto geniali, sono fatti di argilla. Uscito dalla clausura di Bergamo, smagrito e svuotato, da tutto ciò che aveva visto, ascoltato, vissuto. Al di là dei morti e degli ammalati, come tanti altri crivellato di colpi. Ha provato a giocare a calcio, Gasperini e i compagni sono stati padre e fratelli, ma la sua palla al piede era piombo e non diventava piuma. Il sistema protegge i suoi pollastri d’oro. Li fornisce di cuffie gigantesche per non sentire i suoni sconci della vita reale. Per quelli come Josip non ci sono cuffie, non ci sono filtri.

Prima ancora, a Firenze, lo aveva prostrato la perdita dell’amico Davide Astori. E, prima ancora, l’infanzia in una Slovenia piena di guerra. E, ancora prima, il papà mai conosciuto, mai chiamato, per sempre perduto, quando aveva sette mesi. Josip era, a trentadue anni, uno dei protagonisti più attesi di questa Champions ferita. Non ce la fa a fingersi quello che oggi non è. Si chiede ai calciatori, ai giorni nostri, di prestarsi come le attrici, le infermiere e le puttane di un tempo, spedite al fronte per consolare le pene di un’umanità sofferente e smarrita. Josip non ci sarà, perché lui, ora lo sappiamo, è dalla parte di chi soffre. Non averlo con noi significa una sola cosa: desiderare di riaverlo quanto prima.

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