L’Atalanta ha dimenticato Gasperini: la Dea con Palladino ritrova la sua anima

Unica italiana agli ottavi: a trascinarla i leader cresciuti nel vivaio. E la tenacia del tecnico
Cristiano Gatti
6 min

La lunga esplorazione nell’ignoto può dirsi conclusa: oltre Gasperini, c’è vita. Quando questo viaggio è partito, nemmeno un anno fa, il sospetto di andarsi a ficcare nel nulla era forte. Solo questo sembrava essere il mondo, Bergamo trascinata dal suo istrione nelle meraviglie dell’impossibile, cinque volte in Champions, tre finali di Coppa Italia, soprattutto l’Europa League stravinta nella finale di Dublino, 22 maggio 2024, come sta scritto sul monumento che la ricorda e anche su molti muri degli incroci. Era diffuso il timore che oltre questi confini niente potesse esistere. Invece. Invece c’è vita anche oltre il Gasp. E la vera scoperta è che quest’altra vita somiglia parecchio alla prima. Cos’altro sarebbe, se non una sontuosa replica, il 4-1 al Borussia, ribaltando lo 0-2 e la mortificazione dell’andata, con tanto di finale strizzabudella a pochi secondi dai supplementari: l’inestimabile Pasalic che ruba il pallone a centrocampo, crossa in area, e là quel kamikaze di Krstovic ci (ri)mette la faccia per la scarpata di un rigore memorabile, il papà di tutti i rigori, al 98’, decisivo ai massimi livelli, chi se la sente di affrontare un’operazione tanto rischiosa, migliaia di esseri umani che pregano tutti i santi, sbagliare è un po’ morire, serve un artista pazzo, difatti ci va Samardzic, un tiro dove nessuno può arrivarci, nel sette, proprio a due dita dalla figuraccia biblica...

L'Atalanta è di Palladino: la Champions conferma 

Proprio così, cos’altro è questo show sotto un cielo di stelle, cento minuti da veri svitati, sempre a tutta, forsennati e furiosi, se non una spettacolare riedizione delle notti vissute in nove anni di papato Gasperini? Stessa l’andatura, stessa la tensione, stessa la frenesia, stesso tutto. Una Dublino dove manca solo Dublino. Tutto proprio come allora, nella notte più notte di tutte, quando tu guarda le combinazioni gli avversari erano ancora tedeschi, quelli del Bayer Leverkusen, così come potrebbero essere ancora tedeschi pure i prossimi, quelli del Bayern (in alternativa l’Arsenal, non proprio pizza e fichi). Quella volta c’era il trofeo, fa persino ridere che stavolta si usino stessi clacson e stessi caroselli per un playoff da ottavi, proprio non c’è paragone. Eppure. Come dimostrazione che non sempre vale solo il risultato materiale, a scaravoltare l’ambiente è il modo, lo stesso modo, anche se non è una finale, anche se non c’è trofeo. C’è – e conta – l’idea di un viaggio concluso: dopo Gasperini, oltre Gasperini, un’altra vita esiste.

L'asciugamano sporco di sangue

In provincia circola un video girato negli spogliatoi in piena bolgia dopopartita: a un certo punto Palladino chiede un attimo di silenzio, prende in mano una salvietta sporca di sangue, la mostra all’intera comitiva e dice ragazzi, dobbiamo un applauso a chi ha lasciato questo sangue, è Krstovic, che all’ultimo secondo è andato di testa a prendersi la scarpata e il rigore... L’anima, lo spirito, l’esaltazione. È la riscoperta di qualcosa che si temeva persa, oltrepassando i limiti del pianeta Gasp. È tutto qui: non saranno gli ottavi a cambiare la storia, ma sarà questa partita a cambiare i destini. Bergamo accerta concretamente che niente è finito e che tutto continua. Dopo mesi di mestizia con Juric - umiliazione spaziale a Parigi col Psg, tredicesimi in campionato - ecco profilarsi un nuovo Mosè, più giovane e non ancora carismatico come il suo maestro, comunque erede naturale e discepolo devoto. Il perché di tanta baraonda è tutto qui: ritrovando con Palladino l’Atalantissima travolgente e feroce, Bergamo tira un potentissimo sospiro di sollievo. Si avverte nell’aria la sensazione che questo distretto della provincia italiana, uno dei famosi distretti dell’eccellenza come lo sono quelli delle ceramiche, degli orafi, delle biotecnologie, delle mozzarelle di bufala, questo distretto specializzato nel calcio spettacolare, con i conti in ordine, molto km zero, non debba smantellare niente, ridimensionare niente, chiudere niente. Il distretto Bergamo può continuare a produrre divertimento ed emozioni forti, certo anche potenti delusioni, mai la noia e la tristezza. 
Per questo un semplice playoff col Borussia diventa così decisivo e indimenticabile. Si rivede l’impronta, riemerge un futuro. Niente di che? Comunque niente di tangibile? Allora: dopo il Borussia, l’Atalanta resta l’unica squadra italiana in Champions, l’unica ancora in corsa nelle tre competizioni, l’ultima squadra italiana ad aver vinto un trofeo internazionale. Ma soprattutto: l’Atalanta è la squadra che ha ribaltato 4-1 il Borussia facendo giocare titolari Carnesecchi, Zappacosta, Scalvini e Bernasconi, tutti tra i migliori, tutti cresciuti nel vivaio di Zingonia. Nel Paese che si interroga macerato perché i club fanno giocare solo gli stranieri e non fanno giocare i nostri ragazzi, come minimo è un messaggio chiaro. Non è un trofeo, ma gli somiglia molto. Lo vale. 


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