Fabbian esclusivo: “Motta, Sinner e Djokovic: io cresco così”

Il Bologna ha trovato un nuovo protagonista: il centrocampista racconta la sua avventura
Fabbian esclusivo: “Motta, Sinner e Djokovic: io cresco cos씩 FOTO SCHICCHI
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Claudio Beneforti e Dario Cervellati

BOLOGNA - Anche se quando glielo sottolinei Giovanni Fabbian si fa una risata di puro gusto, è impossibile non fare il paragone. Il confronto sembra d'obbligo. Dopo una mezz'oretta di chiacchierata con lui sembra di aver ascoltato le parole del suo allenatore Thiago Motta. Tanti i tratti in comune nei discorsi. Stessa esaltazione del collettivo: «Siamo una grande squadra, un grande gruppo. È questo che fa molto la differenza e non è un caso se siamo in quella posizione di classifica». Stessa mentalità nel non guardare troppo più avanti dell'oggi. «Europa? Non ci penso. Andiamo avanti partita dopo partita, poi vediamo i risultati». Vent'anni appena, ma già pensieri solidi e maturi. Non si riesce mai a fargli uno smash. Fabbian ribatte colpo su colpo. «La classifica conta a maggio, non adesso» ripete. Lo avrà imparato dal tennis, altra sua passione. I maestri non gli mancano. C'è Jannik Sinner («certamente un esempio per noi giovani») e c'è Novak Djokovic che gli piace «sia per come gioca, sia per la mentalità che ha». Dagli anni nel convitto all'Inter («un'esperienza bellissima») Giovanni è cresciuto tanto. Ed è cresciuto bene, seguendo gli esempi giusti. Urli dalla tribuna papà Alberto «che da quanto è appassionato al calcio gioca ancora, anche in porta se c'è bisogno, in una squadra over 50» non gliene ha mai fatti. «Non mi ha mai neanche detto la sua opinione a fine partita. A mio padre non interessa nemmeno se gioco bene o male: sono suo figlio ed è contento così». Anche mamma Annalisa, non gli ha mai messo quelle pressioni malsane. «Pure lei è tranquilla: non sono quelle persone che danno fastidio. Sanno che uno deve giocare, divertirsi senza bisogno del genitore che gli dica cosa fare in campo». Al Dall'Ara contro il Torino c'erano anche loro due, la sorella Alessia e la fidanzata. Hanno festeggiato tutti all'unisono. Dopo un inizio stagione complicato da un guaio fisico Fabbian si sta facendo spazio. «Ho avuto un piccolo problema che mi ha condizionato, ma ho provato a stringere i denti e ad allenarmi lo stesso. Poi se uno non è al cento per cento in allenamento non lo può essere anche in partita. Ho accettato quel periodo poi è arrivato il mio momento». 

E che momento. Un momento da sogno: Lautaro Martinez, il capocannoniere della serie A, ha fatto un gol ogni 83 minuti giocati, Giovanni Fabbian, finora, uno ogni 49 minuti in campo...  
«Giocando molto meno è più facile - ride - Non sono uno che si limita a guardare certe cose, sono contento di aver segnato e di essere riuscito ad aiutare la squadra a vincere la partita, poi i dati sono quello che sono».  
 
Lei è il centrocampista più giovane ad aver realizzato almeno due gol in questa stagione di serie A. In assoluto più giovane di lei ad aver segnato almeno due reti in questo campionato c'è solo Soulé. Le dispiace che alcuni associno i suoi due gol ad errori dei portieri avversari? 
«Non ascolto queste cose: io mi sono fatto trovare pronto, mi sono inserito poi l'importante è che il pallone sia entrato in porta». 
 
A livello di emozioni meglio il primo al novantesimo contro il Cagliari o l'ultimo contro il Torino?  
«Entrambi belli, ognuno per un motivo diverso. Il primo è sempre il primo, ma tutti e due sono stati una grande emozione anche per i miei genitori che hanno fatto molti sacrifici per farmi giocare fin da quando ero piccolo».  
 
Quando ha capito di avere l'istinto del gol e la capacità di segnare anche ai massimi livelli? 
«Il processo è stato graduale. È partito dalle giovanili dell'Inter, poi è proseguito alla Reggina in serie B, e ora qui a Bologna» . 
 
È qualcosa che ha costruito o che le viene assolutamente istintivo e naturale? 
«Io cerco sempre di migliorarmi. È una cosa su cui mi sono allenato e su cui mi preparo. L'inserimento è una mia caratteristica che cerco di perfezionare in settimana». 
 
Ogni tanto però capita anche a lei di sbagliare, come ad esempio con l'Under 21.  
«In Irlanda ho sbagliato io. Ho tirato male, ma bisogna anche sbagliare per fare bene. La cosa importante per un ragazzo è stare tranquillo mentalmente per poi riuscire ad esprimersi al massimo. Gli errori li fanno tutti, è importante il modo in cui si superano, non farli pesare. Così uno migliora». 
 
Quanto è importante lasciar sbagliare i giovani? 
«La cosa importante per un ragazzo è stare tranquillo ed esprimersi al massimo. Gli errori li fanno tutti, l'importante è come si superano e non farli pesare. Solo così uno migliora».  
 
In cosa l'ha cresciuta il lavoro di Thiago Motta? 
«Mi ha cresciuto un po' in tutto, io sono giovane e devo imparare un sacco di cose, devo perfezionarmi anche nelle cose che so fare meglio. A fine partita dopo il Torino mi ha detto bravo». 
 
Ma c'è una cosa che più di tutte sente di voler migliorare?  
«Sì, la costruzione del gioco, poi per il resto ho 20 anni ho davanti a me una carriera nella quale migliorerò e cercherò di migliorare».  
 
L'impatto con la serie A come è stato?  
«La differenza tra una categoria e l'altra c'è: sicuramente l'intensità è diversa e cambia anche sotto l'aspetto fisico, ma se uno dimostra di esserci con il lavoro e la dedizione ci può stare».  
 
Anche la squadra ha dovuto impattare la stagione da cantiere aperto. Come ha fatto a trovare la quadratura così velocemente? 
«Il fatto di vivere bene la quotidianità. Ci alleniamo bene, siamo un gruppo compatto e con gli stessi ideali. Poi, certo, ogni squadra ha il suo livello tecnico». 

  
E qual è il livello tecnico di questo Bologna?  
«Siamo un grande gruppo». 
 
Siete giovani, ci racconta che vi allenate bene, che siete un gruppo affiatato, quindi pensa che questa squadra che già sta facendo grandi cose possa fare ancora meglio?  
«Possiamo crescere ancora tanto. C'è tempo, anche io posso e devo crescere ancora tanto. Secondo me non c'è mai fine a quello che uno fa. Se uno mette il massimo impegno può ottenere grandi cose. Noi andiamo avanti per la nostra strada e cerchiamo di dare sempre il massimo». 
 
Se uno ha talento, volere è potere?  
«Certo. Secondo me tutto passa dal lavoro. L'andare avanti, nel bene e nel male, è la cosa che ti aiuta di più». 
 
Lei ha un obiettivo personale? 
«Io sono un tipo molto tranquillo. Sono un giovane che cerca di stare sereno, di vivere i momenti con determinazione. So quello che voglio e cerco di fare il massimo per ottenerlo. Il mio obiettivo è quello di allenarmi, di giocare e di fare bene. A me piace pensare settimana per settimana, giorno dopo giorno, non troppo a lungo termine».  
 
Lei sembra un piccolo Motta. Ma l'avere un allenatore che è stato un grande centrocampista è un vantaggio per lei? 
«È positivo per tutta la squadra e soprattutto per quelli che giocano nel nostro ruolo». 
 
I prossimi avversari prima di Roma e Atalanta sono Lecce e Salernitana, due impegni difficili su campi caldi. 
«Dobbiamo pensare partita per partita. Queste saranno due gare impegnative in cui affronteremo avversari che ci daranno filo da torcere, dobbiamo cercare di essere pronti e preparati al cento per cento». 
 
Nella Reggina era titolare inamovibile, finora a Bologna di spazio ne ha avuto meno. Come riesce ad allenarsi sempre al massimo anche quando poi non gioca? 
«Cerco di stare tranquillo, di lavorare e di dare tutto in allenamento perché solo così quando ti capita l'occasione riesci a sfruttarla al meglio. L'importante è stare sempre sul pezzo».  
 
La scorsa settimana è stato anche a cena con alcuni compagni insieme a Morandi.  
«Gianni è una bellissima persona: ci ha raccontato aneddoti divertenti della sua vita ed è stata una bella serata. Ancora non sapevo che sarei stato titolare contro il Torino, quello l'ho scoperto durante la rifinitura». 
 
Un'altra persona che stima è De Silvestri, vero? 
«Lollo è un grande leader e mi ha aiutato molto. Credo sia una grande persona oltre che un grande giocatore e continua tutt'ora ad aiutarmi». 
 
Lei come si vede tra 15 anni?  
«Non so: è troppo in là. Io mi auguro di non sentirmi mai arrivato. Se una persona si s ente arrivata, in qualsiasi ambito, ha finito: è lì che inizia la fine».  
 
Chi come lei sta ancora partendo è Calafiori. Le sembra già pronto per il salto nell'Italia dei grandi?
«Ricky è un bravissimo ragazzo. Sta facendo veramente un grande campionato. Solo lui sa cosa può fare e gli auguro di fare tutto quello che sarà possibile».  
 
Per voi giovani in particolare quanto è importante la presenza di Saputo a Casteldebole?  
«Sicuramente tanto».  
 
Invece dall'esperienza con Inzaghi cosa ha imparato?  
«Da ogni allenatore c'è qualcosa da imparare. Inzaghi mi ha lasciato qualcosa, Thiago Motta mi ha lasciato e mi lascerà ancora altro. Sono io a dover prendere il meglio da quello che mi hanno insegnato». 


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