Paratici e la rivoluzione della Fiorentina: così il nuovo manager sta cambiando tutto
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Paratici e la rivoluzione della Fiorentina: così il nuovo manager sta cambiando tutto

Il miglior acquisto d’inverno è il dirigente, da febbraio la squadra vola: pari beffa con il Toro e tre vittorie, i giocatori sono rivitalizzati
Francesco Gensini
4 min

FIRENZE - Solomon sufficienza piena, Brescianini e Harrison risicata (specie l’inglese), Fabbian non sufficiente, Rugani senza voto perché dopo un quasi un mese è andato in panchina lunedì sera per la prima volta e ancora non si è visto in campo: va a finire che il miglior acquisto della Fiorentina al mercato di gennaio è uno che non gioca ed è tutt’altro che un paradosso nella condizione in cui era e ancora è la squadra di Vanoli, solo da ieri con la testa sopra la superficie dell’acqua dopo mesi e mesi di faticosa apnea. Ah Fabio Paratici, chiaramente.

Fare calcio

Che i cinque acquisti di sopra li ha cercati, voluti e presi lui di concerto con l’allenatore e con le altre anime della società, anche se dentro al Viola Park ha messo piede ufficialmente solo il 4 febbraio per essere presentato il giorno successivo in una conferenza stampa che ha convinto tutti per pensiero, concetti, maniere, concretezza, allargando l’orizzonte ad un nuovo-vecchio modo di fare calcio. Dentro al gruppo, al fianco del gruppo, coinvolgendo, richiamando ai doveri che probabilmente erano un po’ sfuggiti, intervenendo quotidianamente nelle questioni tecniche in un confronto ovviamente costruttivo che ha aggiunto tanto di quello che mancava e tolto altrettanto di quello che c’era in sovrappiù. Vanoli in primis ha sottolineato questo aspetto, auspicandolo, e poi facendo esercizio di condivisione. I risultati? Evidenti.

Media Champions

Che di certo non sono frutto solo dell’arrivo del direttore sportivo sotto il cielo di Firenze e dintorni, ma quelli sono e smentire l’assunto non si può quando ci sono i numeri. Ricapitolando: pareggio beffa contro il Torino al “debutto” e ben contento è il dirigente piacentino di aver sostituto la faccia a dir poco preoccupata di quel giorno in tribuna d’onore al Franchi con un sorriso (accennato, il profilo è costantemente basso per scelta) nelle partite a seguire in cui la Fiorentina ha sempre vinto, contro Como e Pisa in campionato, a Bialystock in Conference League ipotecando e qualcosa di più il passaggio agli ottavi di finale. Dieci punti conquistati, otto gol fatti e tre subìti. In campionato media punti 2,33 a gara che è una media da zona Champions in su, ma alla Fiorentina basta e avanza se prosegue per quel che resta anche con meno e si salva.

Prima e adesso

Cosa ci ha messo Paratici? Esperienza, determinazione, senso del rischio trasformato in consapevolezza, appartenenza forse più di ogni altra cosa, e l’ha fatto - va ribadito - curando ogni minimo particolare in un’immersione totale ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette al Viola Park, usando le parole giuste e i toni appropriati per stimolare responsabilità e reazioni dei calciatori, che andavano sì con la testa bassa sotto la Curva Fiesole ogni volta che perdevano (12 volte in campionato), ma probabilmente non avevano capito in che guaio si erano cacciati. Così, anche così, si spiega la crescita di Dodo, Pongracic, Ndour, Piccoli e Kean in modi differenti ma tutti importanti per la Fiorentina, il recupero clamoroso di Ranieri, la conferma a buonissimi livelli di Fagioli e Mandragora: quelli che c’erano ma spesso non c’erano prima di Paratici.


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