Chivu e l'Inter che rallenta senza coppe: storia di un paradosso  

Leggi il commento al momento dei nerazzurri, impegnati nel rush finale della lota scudetto
Massimiliano Gallo
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L’ Inter ha l’elefante nella stanza. E far finta di nulla servirebbe solo a complicare ulteriormente la situazione. La prova a cui il mondo nerazzurro è sottoposta, è il superamento dei propri demoni. Il superamento delle paure che storicamente si impossessano dell’ambiente quando si è in prossimità dell’ultimo chilometro. Gli esempi calcistici non sono pochi, recenti e passati. Un tempo era definita sindrome Bitossi. Dal nome del ciclista italiano che più di cinquant’anni fa perse un Mondiale che sembrava già vinto, risucchiato dal gruppo proprio negli ultimi metri. Finì secondo dietro un altro italiano: Marino Basso, che trionfò senza mai diventare famoso come lo sconfitto. L’elefante è lì. Bello grosso. Non è un caso che ieri Beppe Marotta si sia cimentato in un virtuoso esercizio di equilibrio dialettico.

Ha provato a oscillare tra l’esigenza di infondere fiducia nel gruppo e nell’allenatore, e la necessità di non negare la realtà. Ha parlato di involuzione e ha sdoganato la parola psicodramma pur negandone l’esistenza. L’Inter ha ancora sei punti di vantaggio sul Milan e sette sul Napoli a otto giornate dalla fine. Sono tanti. Il succo, però, è che l’Inter in campionato non vince da quattro partite. Dal 2-0 di Inter-Genoa del 28 febbraio. Da allora, una sconfitta nel derby e due pareggi contro Atalanta e Fiorentina. Vinceva 1-0 e per due volte è stata raggiunta. Il paradosso è che la squadra ha cominciato a rallentare proprio dopo l’eliminazione in Champions contro i norvegesi del Bodo Glimt (successivamente presi a pallate dallo Sporting Lisbona). L’Inter ha così smentito i teorici della gravosità del doppio impegno. Che certamente sottrae energie fisiche ma forse mentalmente è più spossante giocare con l’assillo di dover vincere. L’Inter di alibi ne ha. Il principale si chiama Lautaro Martinez. Che non è solo il capitano o il capocannoniere. È il condottiero del gruppo e dell’ambiente. Non gioca dal 18 febbraio, la sera della sconfitta per 3-1 sul campo del Bodo. Senza di lui, pare che non ci sia nessun altro in grado di caricarsi la squadra sulle spalle. Non Barella il cui rendimento è troppo altalenante. Non Thuram che proprio non riesce a ritrovarsi.

Non Calhanoglu che però è appena rientrato. E nemmeno Dimarco fin qui mattatore della stagione. La stoffa da leader è come il coraggio manzoniano, o ce l’ha o non ce l’hai. E Lautaro ce l’ha. Dopo la Nazionale, il capitano sarà al suo posto. In campo. E non è poco. Magari con al suo fianco l’altro calciatore cui non tremano le gambe: si chiama Pio Esposito, ha vent’anni e ieri ha incassato i complimenti del Guardian: «È l’unico dell’Inter che non ha paura». Poi c’è la questione arbitrale. Difficile da maneggiare. Marotta ieri ne ha parlato, ha chiesto uniformità di giudizio e quindi di trattamento. Ha preferito non indugiare troppo sui singoli episodi. Ossia sul mani di Pongracic di domenica sera, sul rigore negato contro l‘Atalanta e sul discusso tocco di mano di Ricci nel finale del derby. Il mondo Inter è convinto che dopo la vicenda Bastoni-Kalulu sia cambiato il vento nei loro confronti. Calcare la mano con la protesta significherebbe concedere alibi ai calciatori. Ed è l’ultimo cosa di cui ha bisogno l’Inter. Perciò Marotta ha scelto l’approccio diplomatico. Attende che la risposta arrivi dal campo.


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