Pagina 2 | McKennie: "Spalletti il miglior allenatore della mia carriera. E con Ronaldo..."

Tra calcio e vita, il centrocampista statunitense si racconta a pochi passi dalla sfida tra Atalanta e Juve

Weston McKennie, uno dei punti di forza della Juve di Luciano Spalletti. Primo americano nella storia del club a vestire la maglia bianconera, è ormai un idolo dei tifosi della Vecchia Signora. Dai sorrisi all'esterno del terreno di gioco al modo di interpretare l'idea di calcio del tecnico di Certaldo, che sembra aver trovato un nuovo Simone Perrotta, come ai tempi della Roma. Gol, assist e amore per questo sport: tutto questo è "Wes".

McKennie si racconta a Dazn: "Amo il calcio ma sono più di un calciatore"

Non è solo un'intervista di carattere sportivo quella concessa da Weston McKennie ai microfoni di Dazn, a pochi passi dalla delicatissima sfida di Bergamo con l'Atalanta, a cui lo statunitense non potrà partecipare dopo essere stato appiedato per un turno dal giudice sportivo. Un racconto personale, nell'ambito del format "Remember the Name", tra le esperienze in Europa e i primi passi negli Stati Uniti, fino ad arrivare al legame con la famiglia e all'amore per il calcio: "Non sono ciò che ti aspetti quando pensi a un giocatore di calcio professionista, ho conservato il mio lato bambino e mi godo la vita. Sono simile alle altre persone. Amo il calcio ma sono più di un calciatore. Mi piace la musica, mi piace il golf, ho dei cani e cerco di non limitare la mia vita solo al calcio. Quando finisco gli allenamenti smetto di pensare al calcio e cerco di godermi le cose semplici della vita. Inoltre, non guardo tanto lo sport, mi piace solo giocarlo".

Il momento più difficile della carriera di McKennie

Una carriera è fatta di luci ed ombre. E anche per Weston McKennie è stato così: "Il momento più difficile? È stato quando mi sono rotto il piede, nel 2022. Non ero in grado di far nulla, giocare a calcio o camminare. Lì mi sono reso conto di quanto fosse importante la mia vita fuori dal calcio, perché se il calcio fosse stata l’unica cosa della mia vita e poi non avessi potuto più continuare, cosa avrei fatto? Ero devastato, stavo facendo una buona stagione e ho potuto riprendere solo tre mesi dopo, ma allo stesso tempo mi sono goduto altre cose".


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McKennie e il rapporto con la famiglia

Fortissimo il legame con la sua famiglia: "Mio padre ha sempre aiutato molto me e la mia famiglia. Se non fosse stato nell’esercito non saremmo mai andati in Germania - ha raccontato McKennie - e, magari, non avrei mai fatto il calciatore. A volte ci mancava perché andava via per lunghi periodi e mia madre doveva farsi carico di tutta la famiglia. La mia famiglia è tutto per me. Mia mamma mi portava di continuo agli allenamenti, mio padre mi ha insegnato la disciplina, mio fratello doveva portarmi sempre in giro con tutti i suoi amici, mentre mia sorella si comportava da “brother bear”, era ed è iperprotettiva. Mi hanno sempre detto che nella vita bisogna divertirsi, perché quando non succede quello che fai non ha più senso".

McKennie, tra calcio e football americano

Il calcio rappresenta oggi il presente e il futuro, ma in passato non sempre è stato così per l'attuale numero 22 della Juventus: "Non sono sempre stato sicuro se giocare a football o calcio - ha ammesso McKennie -. Quando sono tornato dalla Germania a nove anni facevo entrambi gli sport, poi ho preso la mia decisione, insieme a mia madre. Le ho detto che amavo il calcio un po’ più del football e lei mi ha detto che, a quel punto, la decisione era già stata presa; così mi sono concentrato sul calcio".


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L'esperienza in Germania

Importante anche l'esperienza in Germania, che lo ha cresciuto e formato in età giovanile: "Quando ho iniziato a giocare per la squadra della mia città, Otterbach, in Germania, il mio allenatore David Müller cercava sempre di darmi delle responsabilità perché credo vedesse qualcosa in me. Mi diceva sempre che sapevo di essere il migliore e che dovevo assumermi delle responsabilità, anche se avevo sei o sette anni. E poi nella mia prima partita ho segnato otto goal".

McKennie, il primo americano a giocare per la Juve

Weston McKennie è ormai uno dei veterani di questa Juventus, per esperienze vissute e continuità di rendimento. Il rinnovo, del resto, è stata solo una naturale conseguenza del lavoro svolto negli ultimi mesi: "Credo di non aver ancora realizzato cosa significhi essere il primo americano a giocare per la Juventus, me ne renderò conto a fine carriera. Se qualcuno in passato ha pensato non fossi all’altezza? Beh, credo che i fatti parlino da soli e mostrino ciò che ho fatto finora. Ognuno poi ha la propria opinione".


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McKennie incorona Spalletti: "È il miglior allenatore che ho avuto in carriera"

Con Spalletti al timone, McKennie è diventato la miglior versione di se stesso: "Vado molto d’accordo con lui. Penso che ogni calciatore abbia bisogni diversi, ci sono aspettative diverse su ognuno di noi. Ogni volta che vedo il mister mi dà un senso di sicurezza. Quando ti rimprovera non ti rimprovera mai in maniera cattiva, lo fa sempre per farti migliorare. Ho avuto tante esperienze diverse, alcuni allenatori ti mortificano, mentre Spalletti grazie alla sua personalità ti fa pensare che devi migliorare, attira la tua attenzione ogni volta che ti parla, ha esperienza, è saggio. Si concentra molto sul successo di squadra, dice sempre che si può dribblare quattro avversari, far goal ed essere felici, ma se fai un bell’assist le persone felici sono due. Per questo dico che è il miglior allenatore che ho avuto in carriera, lo dicono i numeri e il modo in cui gestisce la squadra lo rende un ottimo allenatore".

Cosa significa giocare con Cristiano Ronaldo

Infine, non può mancare una battuta sulla parentesi bianconera con Cristiano Ronaldo, fuoriclasse assoluto che rappresenta più di un semplice atleta per il calcio mondiale. Figuriamoci, per uno spogliatoio: "È stato incredibile giocare con lui - ha detto McKennie -. Quando l’ho incontrato ho pensato che tutto ciò che senti su di lui, sulla sua professionalità, è tutto vero. Tornavamo alle tre di notte dalle partite e lui andava a farsi un bagno gelato invece di andare a casa. La mattina dopo una partita difficile lui era in palestra ad allenare tutto il corpo. Era qualcosa che avevo bisogno di vedere con i miei occhi per crederci".

 


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McKennie e il rapporto con la famiglia

Fortissimo il legame con la sua famiglia: "Mio padre ha sempre aiutato molto me e la mia famiglia. Se non fosse stato nell’esercito non saremmo mai andati in Germania - ha raccontato McKennie - e, magari, non avrei mai fatto il calciatore. A volte ci mancava perché andava via per lunghi periodi e mia madre doveva farsi carico di tutta la famiglia. La mia famiglia è tutto per me. Mia mamma mi portava di continuo agli allenamenti, mio padre mi ha insegnato la disciplina, mio fratello doveva portarmi sempre in giro con tutti i suoi amici, mentre mia sorella si comportava da “brother bear”, era ed è iperprotettiva. Mi hanno sempre detto che nella vita bisogna divertirsi, perché quando non succede quello che fai non ha più senso".

McKennie, tra calcio e football americano

Il calcio rappresenta oggi il presente e il futuro, ma in passato non sempre è stato così per l'attuale numero 22 della Juventus: "Non sono sempre stato sicuro se giocare a football o calcio - ha ammesso McKennie -. Quando sono tornato dalla Germania a nove anni facevo entrambi gli sport, poi ho preso la mia decisione, insieme a mia madre. Le ho detto che amavo il calcio un po’ più del football e lei mi ha detto che, a quel punto, la decisione era già stata presa; così mi sono concentrato sul calcio".


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