
Lazio, la giusta misura
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Identità e raziocinio. Quando la Lazio riconosce e valorizza la sua complessa sostanza, l’improbabile diventa conseguenziale. Vale per il duecentesimo gol di Ciro, per la scientifica difesa del vantaggio nel secondo tempo, per il sostegno dell’Olimpico che conta quanto un uomo in più. Con la passione e il calcolo la pattuglia biancoceleste si trasforma in una granitica guarnigione. Batte un Feyenoord forse potenzialmente più attrezzato e scala al secondo posto nel girone, dietro all’Atletico Madrid che fa strame del Celtic. C’è tutto Sarri, stavolta, dietro questo risultato. Prima prova a schiacciare gli olandesi con l’assedio, ma subisce la loro maggiore velocità nel palleggio. Allora si rintana nella sua trequarti, rischiando qualcosa, ma disponendosi a quel contropiede che è storicamente uno dei suoi punti di forza. E ritrova il guizzo di Immobile, pronto a scattare sul filo, scartare il portiere e colpire da una posizione angolata con la precisione balistica che ne ha fatto per più di un decennio un tiratore scelto.
Lazio, che secondo tempo
Ma il capolavoro del tecnico toscano è nel secondo tempo. Quando rinuncia a un impraticabile pressing alto e attende il Feyenoord sulla tre quarti, raddoppiando la marcatura sui portatori di palla avversari, e più di tutti su Gimenez, l’unico che potrebbe portare il pericolo alla porta di Provedel. Il ventiduenne, argentino di nascita e messicano di adozione, sfugge solo due volte all’asfissiante controllo della retroguardia laziale. Nel primo tempo per una disattenzione di Romagnoli, a cui mette una pezza Provedel, nel secondo approfittando del deficit biancoceleste sulle palle alte, ma la sua deviazione di testa fa la barba al palo. Per il resto, il Feyenoord fa tanto gioco ma non punge, perché la Lazio ha preso le misure e lo ha imbrigliato in una ragnatela di interdizioni e ripartenze. Un capolavoro di tattica che vale una vittoria preziosissima. Non solo per la qualificazione nel girone, ora a portata di mano, ma per stabilizzare il morale.
Lazio, ci sono anche dei limiti
Intendiamoci, il successo non copre – a chi ha occhi per vedere – i limiti agonistici e tecnici della formazione di Sarri. Che non può soddisfare tutte le velleità tattiche dell’allenatore. Non può pressare con continuità, non può velocizzare il palleggio, non può garantire un’adeguata copertura sulle palle alte nella sua area. Ha un centrocampo dipendente da Luis Alberto, al cui fianco ieri vagolava un evanescente Kamada (meglio Guendouzi), facendo rimpiangere una volta di più i tempi di Sergej. In queste condizioni, la Lazio deve fare la Lazio. Attendismo e coraggio, coesione e parsimonia energetica, in una parola misura. Tutto quello che forse ripugna al genio di Sarri e tuttavia parla alla sua maturità. Prendere o lasciare. E se, come lui ha annunciato, la scelta è quella di sposare i colori biancocelesti con un matrimonio indissolubile, sarà bene che Sarri mette da parte le ambizioni insostenibili e investa, come ieri ha fatto, sulle attitudini dei suoi giocatori. Il successo lo ripaga di questa seconda prospettiva.
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