Tra prudenza e ambizione: la lettera di un tifoso laziale
Da alcune settimane riceviamo centinaia di lettere e messaggi di tifosi laziali che trattano lo stesso, identico tema: il presente e il futuro del club con Lotito. Questa che pubblichiamo, arrivata ieri, ci è sembrata molto centrata, la più articolata ed efficace.
La lettera del presidente Lotito ai tifosi, pubblicata ieri dal Messaggero e ripresa dalle radio dedicate, contiene alcuni passaggi che meritano attenzione e rispetto. In particolare, l’invito a una stagione nuova di dialogo con la tifoseria rappresenta, almeno nelle intenzioni, un segnale positivo. Nessuno può negare che il rapporto tra la società e una parte significativa del popolo laziale si sia progressivamente deteriorato e che ricostruire un terreno di confronto sia oggi una necessità.
Tuttavia, proprio perché la Lazio è una comunità di appartenenza e non soltanto un soggetto economico, il dialogo deve poggiare sulla credibilità. E la credibilità, in politica come nello sport, non dipende dalle dichiarazioni d’intenti ma dalla coerenza tra parole e comportamenti. Dopo ventidue anni di gestione, appare inevitabile chiedersi perché questo richiamo all’ascolto e al coinvolgimento arrivi soltanto oggi, quando la distanza emotiva tra società e tifoseria ha raggiunto livelli probabilmente mai registrati in passato. La parte più problematica della riflessione presidenziale riguarda però il concetto di sostenibilità. Nessun tifoso ragionevole auspica una gestione dissennata o fondata sull’indebitamento incontrollato. La sostenibilità è un valore. Ma diventa un limite quando si trasforma in una sorta di dogma assoluto e, soprattutto, quando coincide con la sostanziale indisponibilità dell’azionista ad assumersi il rischio d’impresa attraverso investimenti nel capitale.
Nel calcio moderno la sostenibilità è uno strumento, non un fine. È il mezzo che consente di perseguire l’ambizione sportiva, non la sua sostituzione. Quando il pareggio di bilancio diventa l’obiettivo prevalente, il rischio è quello di assistere a un progressivo ridimensionamento delle aspettative, a un impoverimento della competitività e, inevitabilmente, a una condizione di permanente subalternità nei confronti dei club che invece investono per crescere.
In economia esiste un concetto spesso trascurato: il costo opportunità dell’inazione. Non investire è una scelta tanto quanto investire. E talvolta può essere la scelta più costosa. Quando un’impresa rinuncia per anni a cogliere opportunità di crescita, il prezzo non compare immediatamente nel conto economico, ma emerge nel tempo sotto forma di perdita di quote di mercato, riduzione della capacità competitiva e progressivo arretramento rispetto ai concorrenti.
Nel calcio accade qualcosa di analogo: il costo di un investimento mancato non si misura soltanto nei milioni risparmiati, ma anche nei punti non conquistati, nei talenti non acquisiti, nelle competizioni non raggiunte e nelle occasioni perdute. La lettera, inoltre, colpisce per ciò che non dice. In un testo molto ampio dedicato alla visione strategica della società, manca quasi completamente un riferimento alla qualità della rosa. Eppure è proprio questo il tema che oggi preoccupa maggiormente i tifosi.
La Lazio arriva da stagioni nelle quali alcuni dei suoi migliori interpreti sono stati sostituiti solo parzialmente o non sostituiti affatto. L’impressione diffusa è quella di un organico progressivamente indebolito, meno profondo e meno competitivo rispetto a quello che aveva conquistato risultati importanti negli anni passati. Ancora più sorprendente è l’assenza di qualsiasi riflessione sulla concreta prospettiva di un secondo mercato consecutivo fortemente condizionato, se non addirittura paralizzato, dai vincoli finanziari e regolamentari. Se davvero la sostenibilità rappresenta il pilastro del modello Lazio, è difficile comprendere come si possa arrivare per due anni consecutivi a una situazione che impedisce di rafforzare adeguatamente la squadra. Una sostenibilità che non consente di investire rischia infatti di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: non consolidare la competitività, ma eroderla lentamente.
Vi è poi un ulteriore elemento di riflessione. Nella narrazione societaria trovano spesso spazio prospettive certamente affascinanti come la quotazione al NASDAQ e il progetto dello stadio Flaminio. Sono obiettivi potenzialmente importanti e strategici. Ma richiedono, nella migliore delle ipotesi, tempi lunghi, procedure complesse, autorizzazioni, investimenti e passaggi che difficilmente potranno produrre effetti concreti nel breve periodo.
Le prospettive strategiche sono fondamentali e nessuno può contestarne il valore. Tuttavia, come ammoniva John Maynard Keynes, «nel lungo periodo siamo tutti morti». Una comunità vive certamente di progetti futuri, ma si alimenta anche di risultati presenti. La visione senza esecuzione rischia di trasformarsi in attesa; e l’attesa, quando si prolunga troppo, genera inevitabilmente disillusione. Ed è proprio qui che emerge la domanda fondamentale. Nell’attesa che questi progetti maturino, quale sarà il destino sportivo della Lazio? Quale livello di competitività ci si propone di garantire nei prossimi anni? Quali ambizioni realistiche vengono offerte a una tifoseria che continua a sostenere la squadra con passione e fedeltà?
Perché alla fine il punto non è scegliere tra sostenibilità e ambizione. Le grandi organizzazioni riescono a coniugare entrambe. Il vero nodo è capire se la sostenibilità debba servire a costruire una Lazio più forte oppure se rischi di diventare il racconto attraverso il quale si giustifica una progressiva rinuncia a competere ai massimi livelli. Il patrimonio più importante di qualsiasi organizzazione non è quello iscritto nel bilancio, ma quello custodito nella fiducia dei propri stakeholder. Nel caso della Lazio questo patrimonio coincide con la sua gente. E la fiducia, come il capitale reputazionale, si accumula lentamente ma può deteriorarsi rapidamente quando alle promesse non seguono risultati percepibili. Per questo il tema oggi non è soltanto la sostenibilità della Lazio, ma la sostenibilità nel tempo delle aspettative dei suoi tifosi. Ed è a questa domanda, più che a ogni altra, che i laziali attendono oggi una risposta: non dove sarà la Lazio tra dieci anni, ma quale Lazio si intenda costruire da domani mattina.