Milan, così Silvio è finito nelle scatole cinesi

L’era Berlusconi si era chiusa 5 anni fa, ma ci voleva Marina perché il padre si arrendesse a Pechino
Milan, così Silvio è finito nelle scatole cinesi© EPA
Xavier Jacobelli e Pasquale Campopiano
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ROMA - In fondo, tutto si tiene, anche nel calcio. Il giorno era il 6, il mese agosto, l’anno 2011. Per raccontare la storia del Milan ai cinesi bisogna partire da Pechino, Stadio Nazionale, finale di Supercoppa, Milan-Inter 2-1, gol di Sneijder, Ibrahimovic e Boateng, ventottesimo e ultimo trofeo dell’era Berlusconi, firmato Massimiliano Allegri. Buffo, vero? All’epoca, nessuno fra i tifosi rossoneri, a cominciare dal Primo, poteva immaginare che, esattamente cinque anni più tardi, la proprietà del club si sarebbe trasferita proprio a Pechino, capitale della Repubblica Popolare, roccaforte di quel sistema comunista così aborrito da Re Silvio da indurlo ad affermare: «Insistono ancora nel dire che io ho detto che i comunisti mangiavano i bambini, io ho detto che sotto la Cina di Mao i bambini li bollivano per concimare i campi» (Silvio Berlusconi, 26 marzo 2006).

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La verità è che proprio quel giorno, a Pechino, il Milan comincia a non essere più di Berlusconi: perché gli errori sul mercato si moltiplicano, a cominciare dallo sciagurato addio a Pirlo e i deficit di bilancio diventano una zavorra insopportabile. Il Milan perde Nesta, Gattuso, Ibrahimovic, Thiago Silva, ma, soprattutto, è Berlusconi che perde il contatto con il Milan, rifugiandosi in una realtà virtuale che lo porta ad immaginare e a parlare di una squadra che non c’è, che non vince più nulla, che cambia 5 allenatori nei 27 mesi precedenti l’arrivo di Montella, che viene messa spalle al muro dai conti che non tornano mai, con la protesta dei tifosi ormai tracimata. E ci vuole il tackle durissimo di Marina, primogenita e signora dell’impero Fininvest-Mondadori per convincere il padre ad arrendersi. Riferiscono che, nei mesi dell’estenuante trattativa con i cinesi, il tormentone di Arcore fosse uno solo: prima vendiamo e meglio è. Dietro questa storia che vi raccontiamo c’è il crepuscolo di un’Idea, prima ancora che di un Sistema. L’Idea di essere invincibile e quindi intramontabile.

C'è la firma sull'accordo preliminare: così Berlusconi ha venduto il Milan ai cinesi

Due anni e mezzo, almeno 14 investitori diversi, 4 advisor, vari studi legali, banche a go go, 12 rinvii; un patto vincolante e un accordo preliminare, un closing sfumato e un altro alle porte, dozzine di summit e milioni di tifosi con il fiato sospeso: è la storia del Milan in vendita. Una storia decisamente infernale.

LA TELEFONATA - Ottobre 2014, la banca Lazard informa: «Possibile cessione Milan». L’eco è fortissima. Arriva a New York City, dove Sal Galatioto, uno dei 50 uomini più influenti dello sport americano, viene incaricato da un gruppo cinese di trattare con Fininvest. A muoversi è la società Jie An De di Yonghong Li. L’asse Pechino-Milano-New York dura poco, perché, dalla Thailandia, sulla scena irrompe un ex lavapiatti diventato broker, il signor Bee Tacheaubol, d’ora in poi semplicemente Mister Bee. Un anno e due mesi di inferno, un bluff senza precedenti, il Milan non si vende. O meglio, non viene comprato. «Pronto Sal? Rientriamo in scena». La telefonata parte di nuovo dalla Cina, siamo a dicembre 2015, nasce una storia nella storia. «Stiamo parlando con nuovi investitori», dichiara Berlusconi due mesi più tardi.

IL DELFINO - Ed eccoli qua, Sal e il suo delfino, Nicholas Gancikoff cresciuto alla Columbia Business School: il manager di origini armene che sogna di diventare Adriano Galliani. Entra in scena grazie a Steven Zheng, l’uomo in contatto con Yonghong Li che fa parte dei potenziali investitori con Sonny Wu e la GSR Capital. Zheng presenta Gancikoff e parte la nuova scalata. Sono giorni, settimane, mesi interminabili. Gancikoff conquista la fiducia di compratori e venditori e strappa l’esclusiva. Galatioto approva e sarà questo forse il suo errore più grande: fidarsi ciecamente dell’allievo più promettente. Succede di tutto: l’operazione al cuore di Berlusconi, le pressioni di Fininvest e di Marina, le incertezze dei grandi nomi cinesi inizialmente coinvolti, i cambiamenti continui degli scenari.

LA BEFFA - A un metro dal traguardo Fininvest, spazientita dai continui rinvii, chiede lumi agli investitori originari; Yonghong Li e Han Li fanno fuori Gancikoff, Galatioto e studi legali e vanno alla firma del preliminare del 5 agosto. Tutto precipita il 20 luglio: siamo nella fase in cui Gancikoff, che ha fondato con i cinesi la SinoEurope Sports Investments, la società veicolo che compra il Diavolo, tratta con Fininvest l’acquisto immediato dell’80% dell’AC Milan. Già salito rispetto al 70% previsto, ma da Via Paleocapa filtrano forti perplessità. La lista degli investitori cambia in continuazione, Franzosi e Pellegrino chiedono con insistenza almeno tre dei nomi presentati a suo tempo nella lista degli otto e sono preoccupati da quel restante 20% che resta da acquisire nel giro di due anni.

L’AZZARDO - Gancikoff fa la sua mossa azzardata: parla con uno degli investitori, GSR Capital di Sonni Wu e con Steven Zheng che lo aveva lanciato nei giochi e si presenta al tavolo della trattativa con una proposta: «Prendiamo il 100% del Milan con GSR». Bypassando completamente la Sino-Europe da lui stesso creata, ma con altri investitori della stessa cordata coinvolti. Fininvest scrive a Yonghong Li ed Han Li prospettando loro il cambiamento di scenario. La cordata cinese si spacca in due: da un lato i due Li (a quanto pare già con Haixia, uno dei nomi fortemente richiesti da Berlusconi); dall’altro, Gancikoff con GSR.

LA LISTA - Si arriva al 3 agosto con due fronti distinti e separati della stessa operazione: Yonghong Li va su tutte le furie, diffida GSR (l’unica che garantiva a Gancikoff nella cordata il posto da futuro amministratore delegato), i due advisor e lo studio legale dal fare anche soltanto una semplice mossa in più e va alla firma con Fininvest con i suoi nomi. La famosa lista degli otto, che a questo punto senza GSR saranno sette, perché da accordi c’era un vincolo preciso: se un investitore usciva, la sua quota sarebbe stata rilevata da uno degli altri sette e da nessun nuovo nome, su precisa richiesta di Fininvest. Conosciamo Li, Haixia e la Jilin Jongda, da quanto risulta alla firma del preliminare Fininvest ha avuto con certezza la lista completa e anche la distribuzione delle quote nella Sino-Europe Sports Investments che comprerà il Milan. Al closing sapranno tutto anche i tifosi rossoneri, è scritto negli accordi. Firmati dopo tutta questa storia, che non è ancora finita.

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