Milan, tutti gli equivoci di Cardinale
La balcanizzazione in atto al Milan è anche responsabilità del suo azionista che non può chiamarsi fuori dichiarandosi, semplicemente, deluso. Nei tre anni in cui ha controllato il club, Gerry Cardinale non è stato spettatore: ha partecipato al casting dei direttori sportivi, licenziato direttamente Maldini, calato nella struttura uomini di peso mediatico come Ibrahimovic, partecipato alla questione stadio. A dispetto di una comunicazione assai rarefatta, forse per limitarne i contraccolpi, Cardinale non ha tenuto un ruolo di mera rappresentanza. Intanto, quando rivendica di avere messo molti soldi, velatamente assegnando ad altri la responsabilità di averli spesi male, non dice tutta la verità.
Milan, l'equivoco alimentato da Cardinale
RedBird ha investito per comprare il Milan da Elliott ma il club ha speso i soldi che ha generato. Come del resto è normale: anche Oaktree non mette un euro nell’Inter per finanziare il mercato. Da anni si cerca di educare i tifosi all’idea che una proprietà non dovrebbe “cacciare i soldi” (se lo fa significa che le cose vanno male) ma piuttosto gestire il club in modo che esso generi le risorse da reinvestire. Sorprende che proprio Cardinale alimenti questo equivoco. Il capo di RedBird rivendica, non a torto, la crescita dei ricavi commerciali e la robusta generazione di cassa: frutti di una strategia economico-finanziaria che ha posto basi solide per alimentare la crescita tecnica. Dopo diversi anni, il Milan ha cominciato a vendere molto bene anche calciatori che sembravano avere poco mercato e la combinazione delle fonti ha incrementato la dimensione dei budget. Eppure, in quattro anni, il Milan ha rivoluzionato l’area tecnica con una frequenza che non ha precedenti.
Il ruolo di Ibrahimovic e i soldi spesi sul mercato
Dall’era Maldini - accusato di individualismo - si è passati al gruppo di lavoro che difettava però di competenze tecniche, quindi al tentativo di bilanciarlo con l’innesto di Ibra in un ruolo di autorità sproporzionata rispetto alla sua posizione formale, infine al ritorno al modello tradizionale del ds navigato e dell’allenatore italiano e vincente. Ogni cambio è stato presentato come la soluzione definitiva. Nessuno lo è stato.
Quando un’organizzazione riscrive sé stessa così spesso, la questione non è quali persone siano risultate sbagliate: è chi abbia deciso di cambiarle, e con quale disegno complessivo. RedBird prometteva tutto ciò che il calcio italiano aspettava da un proprietario americano moderno: struttura chiara, catena di comando efficace, innovazione, dati, visione sistemica che avrebbe dato al Milan accesso a competenze inaccessibili ai concorrenti. Nelle ultime tre stagioni - lo riconosce Cardinale stesso - il Milan ha speso più di qualsiasi altro club di Serie A. Aggiunge, quasi sottovoce: forse non al meglio. È la frase più onesta. Ma le decisioni su come spendere, soprattutto in quale posizione dell’organigramma inserire chi spendeva, non nascevano tutte a Casa Milan.
La balcanizzazione silenziosa del club
Due anni fa, un caso della Harvard Business School fotografava con precisione disarmante l’architettura di potere che RedBird aveva dato al club. Un modello ibrido, a geometria variabile, in cui i perimetri di autorità non erano tracciati con chiarezza e in cui l’azionista si riservava il diritto di intervenire direttamente sui nodi più delicati. Non una delega ma una semi-delega che lasciava i manager esposti senza completa autonomia e l’azionista coinvolto, senza visibile responsabilità operativa. Il risultato è una balcanizzazione silenziosa: ognuno con la propria area di influenza, nessuno con il pieno controllo, e al centro un vuoto di coordinamento che nelle difficoltà si trasforma in conflitto, sospetti, diffidenze. Cardinale dedicherà l’estate a riscrivere l’organizzazione. È giusto, doveroso. Ma valutare le persone senza rivalutare il modello è il modo più sicuro per ripetere gli stessi errori con facce nuove. Il Milan ha già visto questo film.
A Genova una gara che vale la stagione
La domanda vera non è chi sostituire ma se chi ha il potere di cambiare le cose abbia anche la lucidità di riconoscere fino a dove arriva la propria parte di responsabilità. Dichiarare delusione non è la stessa cosa. Quella la provano anche i tifosi. Oggi il Milan si gioca la stagione a Genova con tre squalificati, un infortunato pesante e uno spogliatoio che ha letto, come tutti, le parole del suo proprietario alla vigilia. Ci sono momenti in cui il silenzio è la forma più alta di comando.
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