Napoli, i segreti del successo: perché comanda (anche senza Osimhen)

Forte, quadrato e irriducibile sia in Italia che in Europa: Spalletti ha ricostruito il gruppo sfruttando talenti e disponibilità
Napoli, i segreti del successo: perché comanda (anche senza Osimhen)© Getty Images
4 min
Fabio Mandarini

NAPOLI - Le ultime partite con il Milan e il Torino hanno portato due vittorie, altre due, e poi la conferma di una serie di dati che a questo punto non possono più essere ignorati neanche nel nome della scaramanzia: il Napoli, imbattuto e primo in classifica sia in Champions sia in campionato con l'Atalanta, è una squadra solida e prepotente in entrambe le fasi nonostante la profonda rivoluzione e il cambio generazionale. E ancora: intelligente e scaltra, fisicamente straripante, affamata di gloria e tanto capace di dominare quanto di gestire e soffrire come fanno le grandi. E tutto sommato, considerando che nelle ultime quattro partite e mezza ha giocato senza Osimhen, il frontman dell'attacco e la chiave di un modo di giocare che nell'ultima interpretazione ha letteralmente mandato in tilt il Liverpool, verrebbe quasi da dire che il meglio deve (dovrebbe) ancora venire. In giro, però, c'è ancora una certa diffidenza: il mantra è che anche un anno fa la partenza fu sprint e addirittura migliore con 8 vittorie consecutive in campionato salvo poi frenare, ma la realtà può essere osservata da un'altra angolatura: nella stagione precedente, coppe comprese, il Napoli contava anche un pareggio e una sconfitta in Europa League mentre oggi, in Champions, viaggia a punteggio pieno. In totale: 8 vittorie e 2 pareggi. Quasi quasi, sembra che sia già riuscito a fare meglio.ù

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Che talenti

E allora, il capolavoro di Spalletti: finora è così che è andata. Il Napoli vola, brilla, comanda in Italia e in Europa e neanche si nasconde anche se non cita esplicitamente lo scudetto: «Vogliamo lottare con quelle sette fino alla fine», ha detto il signor Luciano venerdì. Alla vigilia della partita con il Toro e della sesta vittoria consecutiva tra il campionato e la Grande Coppa. Dire che lui sia l'architetto e l'ingegnere di questo palazzo moderno pieno di specchi potrebbe anche suonare bene, perché no?, ma conoscendone e apprezzandone la cultura del lavoro e la passione per il suo mestiere è più corretto dire che è il grande allenatore di questa gran bella squadra. Forte, quadrata, centrata, applicata, irriducibile e piena così di talento e talenti messi a disposizione dalla società e scovati da un direttore sportivo - Cristiano Giuntoli - altrettanto talentuoso.

Il titolare

Spalletti, però, non ha inciso soltanto tecnicamente: persi Ospina, Koulibaly, Mertens, Insigne e un bel po' di esperienza e certezze, ha dovuto ricostruire il gruppo e soprattutto motivarlo. Certo, colpi nuovi come Kvaratskhelia, Kim, Raspadori e Simeone oppure fatti in casa come Lobotka, Zielinski e Anguissa lo hanno aiutato molto e lo aiuteranno, però non era facile rimettere insieme i pezzi e soprattutto migliorare: tutti motivati, tutti coinvolti, tutti pronti a dare il proprio contribuito a prescindere da presenze e contratti. Già: un anno fa, di questi tempi, si parlava soltanto di ingaggi e rinnovi e oggi invece si chiacchiera di calcio. Il simbolo? La lotta alla dicotomia titolari-riserve: la detesta, il signor Luciano. E i numeri e i minuti confermano le parole. L'unico titolare? Lui, l'allenatore. Anche se a San Siro con il Milan, a causa di una squalifica, in panchina è andato il vice Domenichini. E ha vinto.

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