Quando la Roma va rispettata
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Roma
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Quando la Roma va rispettata

La Roma si può discutere eccome, anche amandola, e noi l’abbiamo fatto, senza riserve, randellando di brutto quando ci sembrava il caso. Va criticata quando sbaglia, ma va riconosciuta e rispettata quando prova a correggere i suoi errori. Quando mette nel piatto della bilancia un’offerta di 50 milioni, la più alta della sua storia, per un ragazzo di 22 anni in grande ascesa, strapieno di virtù ma anche di enigmi, sul quale la percentuale di azzardo è ancora forte. Venuto calcisticamente al mondo ieri e in una piazza, magnifica per tante ragioni, ma che certo non è un test per misurare il tuo coefficiente di personalità. Un calcio che non ti espone alle radiazioni micidiali della competizione in campo e della pressione mediatica fuori campo.

La Roma offre più soldi al giocatore e alla società. La piazza spedisce messaggi d’amore via social che farebbero sciogliere un igloo. Non basta. Con questa offerta, la Roma comunica un concetto chiaro a se stessa, al mondo e al ragazzo: “Vogliamo ripartire da te, Nicolò Barella, insieme all’altro Nicolò, Zaniolo, Pellegrini, Spinazzola (giocatore notevolissimo), Diawara, gli altri che si aggiungeranno, per rifondare una squadra a partire dalle energie e dalla smania dei giovani. Un progetto? Ha l’aria di esserlo. Ne giudicheremo gli esiti con l’abituale severità ma, al momento, va rispettato.

Ceffoni che arrivano in sequenza. Uno più disturbante dell’altro. E non si tratta solo della mancata Champions o delle bandiere cestinate: attorno alla Roma di oggi si respira un’aria pesante d’instabilità e di ridimensionamento.

La ragazza è invecchiata di colpo o è regredita a bambinetta acerba. Fate voi. Sta di fatto che non attrae più. L’ultimo ceff one, il Barella riluttante. Che si aggiunge a quello di Antonio Conte e della sua malcelata sprezzatura da Casanova del pallone (“Non sei ancora pronta per me, ma un giorno sarai mia”) e quello per certi versi anche più umiliante di Gian Piero Gasperini, che preferisce Zingonia a Trigoria. Un “no” che ha fatto rumore e ha fatto male. Alla reticenza esplicita di Higuain e della sua corte.

 sua corte. La Roma, di questi tempi, nessuno la vuole e nessuno nemmeno la piglia. Concetto malinconico e inaccettabile, che va ribaltato. L’idea che solo in terre remote Roma sia ancora calcisticamente la stessa cosa che Amor, un palindromo buono non solo per le collezioni Fendi. Ci piace immaginarlo il Paulo Fonseca che sbarca a Fiumicino, spiato passo passo dalle telecamere, l’aria della vittima predestinata più che del conquistatore, uno che sa delle nozze ma non dei fi chi secchi, capace di fare del suo essere “straniero”, non intossicato dal troppo sapere, l’arma per rivoltare le cose. E riportare la Roma nei circuiti del desiderio. Quelli che gli spettano, a dispetto del ricatto imperioso chiamato “plusvalenza”.

Come se ne esce dai pesci in faccia? Con una gigantesca botta d’orgoglio. Romani e non romani che scelgono di sposare la causa di Roma e della Roma. Facendosi carico di una grandezza dimenticata, ma non dimenticabile.

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